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affidamento condivisoL’affidamento condiviso nasce dal principio della bigenitorialità, secondo il quale ogni bambino ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori anche se questi siano separati, divorziati o abbiano comunque interrotto la loro convivenza.

In quest’ottica, l’affidamento condiviso garantisce al minore di poter continuare ad avere un rapporto significativo con entrambi i genitori, anche dopo la loro separazione ed impone ai genitori di condividere le scelte più importanti relative alla cura, alla salute ed all’educazione dei propri figli.

L’affidamento condiviso, dalla riforma del diritto di famiglia del 2006, è il regime di affidamento prioritario e prevalente.

Entrambi i genitori, dunque, ormai, anche dopo la separazione o il divorzio, mantengono pari responsabilità genitoriali, pari diritti e pari doveri.

Solo se il Giudice dovesse ritenere l’affidamento condiviso contrario all’interesse del minore, potrà decidere di dare l’affidamento esclusivo ad uno solo dei due genitori, escludendo, in tal modo, l’altro genitore dalle scelte più importanti per la vita del bambino.

L’affidamento condiviso non comporta, tuttavia, che i figli vivano metà del tempo con un genitore e metà con l’altro.

La riforma del diritto di famiglia ha infatti introdotto il concetto di genitore collocatario, per distinguere il genitore che vive prevalentemente con i figli dall’altro genitore.

Sebbene si sia ormai portati, nei limiti del possibile a dare sempre maggior spazio al genitore non collocatario, è pur vero che difficilmente i figli possono trascorrere esattamente metà della settimana con un genitore e metà con l’altro.

Ragion per cui la maggior parte dei Tribunali si sono orientati nel continuare a prevedere, a carico del genitore non collocatario, il contributo al mantenimento dei figli.

Nei procedimenti che riguardano l’affidamento dei figli, dunque, il Giudice, nell’esclusivo interesse dei figli minori deciderà per l’affidamento condiviso ovvero, solo se contrario all’interesse del minore, per l’affidamento esclusivo.

Il Giudice dovrà altresì decidere quale dei due genitori debba essere il genitore collocatario, e regolare i rapporti del genitore non collocatario con i bambini in modo da tutelare il loro diritto alla bigenitorialità.

La complessità delle vicende famigliari e la necessità di avvalersi di un’adeguata consulenza per conoscere le peculiarità del proprio caso, suggeriscono comunque sempre di affidarsi ad un avvocato divorzista esperto in diritto di famiglia ed in affidamento dei minori.

Avv. Elena Angela Sestini

Avvocato Elena Angela Sestini Linkedin

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affidamento condivisoL’ affidamento condiviso va garantito in concreto !

Questo è il nocciolo di una recente sentenza del Tribunale di Milano, chiamato a decidere  una controversia tra genitori separati con affidamento condiviso dei figli.

Spesso è difficile, per chi si appresta a separarsi, comprendere in cosa si traduca nella vita quotidiana l’affidamento condiviso, considerato che uno dei due genitori, il cosiddetto genitore collocatario, continuerà a vivere con i minori anche dopo la separazione, mentre l’altro genitore dovrà accontentarsi delle visite, concordate o decise dal Tribunale (a seconda che si tratti di separazione consensuale o giudiziale).

Esattamente come accadeva con l’affidamento esclusivo, prima della riforma.

In realtà, con l’affidamento condiviso entrambi i genitori mantengono intatto l’esercizio della propria responsabilità genitoriale anche dopo la separazione, tanto da poter prendere in autonomia le decisioni della quotidianità che riguardano i bambini ma da doversi confrontare per concordare le decisioni più rilevanti (la scelta della scuola, una cura particolare, il cambio di residenza, ecc…).

Lo scopo della riforma è garantire ai figli di genitori separati di continuare ad avere due genitori che siano tali a pieno titolo.

Proprio per questo motivo, il Tribunale di Milano ha chiaramente indicato la via da seguire nella gestione quotidiana dei figli, per garantire che l’affidamento sia effettivamente condiviso.

Le riforme che il diritto di famiglia ha vissuto nell’ultimo decennio, infatti, sono volte a garantire che i bambini mantengano con entrambi i genitori ed i relativi rami parentali, un rapporto significativo e continuativo, anche dopo la separazione dei genitori.

Ma come si attua in concreto l’affidamento condiviso?

In caso di disaccordo tra i genitori sulla gestione dei figli, il genitore non collocatario dovrà essere preferito al genitore collocatario.

Il Tribunale di Milano, cogliendo pienamente lo spirito della legge, nel dirimere un conflitto tra genitori, ha deciso di privilegiare il genitore non collocatario che chieda di poter trascorrere del tempo supplementare con i figli minori, proprio allo scopo di garantire ai figli la possibilità di godersi del tempo di qualità anche con il genitore con cui non condividono buona parte della propria quotidianità.

Il genitore collocatario, infatti, ha il vantaggio di poter vivere i momenti più disparati della quotidianità con i propri figli, dalla colazione al momento del sonno, dal tempo libero alla gestione delle attività sportive, dai compiti scolastici ai giochi con gli amici.

Il genitore non collocatario, al contrario, ha la possibilità di stare con loro solo in momenti organizzati e prestabiliti con gli incontri programmati.

La decisione del Tribunale di Milano, quindi, risponde all’esigenza di consentire una maggiore pienezza dell’affidamento condiviso, nell’ottica di garantire ai figli il diritto di mantenere un rapporto significativo con entrambi i genitori.

E’ tuttavia evidente, d’altro canto, che il Tribunale non potrà essere chiamato a decidere su ogni piccola questione relativa ai rapporti quotidiani tra i genitori ed i figli e sarà sempre più importante, quindi, che i genitori acquisiscano la capacità di superare i propri contrasti nell’interesse esclusivo dei figli.

In quest’ottica sarà importante, soprattutto per il genitore non collocatario, da un lato, mettere in chiaro i propri diritti, con l’aiuto di un avvocato divorzista esperto in diritto di famiglia e, dall’altro, tentare di mantenere, per quanto possibile, un rapporto di collaborazione con l’altro genitore, senza tuttavia rinunciare mai ai propri diritti e doveri genitoriali.

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trasferimento del genitore collocatarioIl trasferimento del genitore collocatario è spesso un tema di conflitto tra genitori separati.

Nuove opportunità lavorative, il desiderio di riavvicinarsi alla famiglia d’origine dopo la separazione o altre ragioni possono indurre il genitore collocatario a volersi trasferire in un’altra città.

La decisione riguarda, tuttavia, strettamente anche i figli e, di conseguenza, interessa anche l’altro genitore.

Se non è nell’interesse dei bambini, la loro residenza non si sposta!

Questa è la posizione assunta il 21 giugno 2017 dal Tribunale di Ancona, che ha negato ad una madre collocataria di trasferire la residenza dei figli in un’altra città, a circa 300 km di distanza dalla residenza del padre.

Il Tribunale ha infatti valutato che il trasferimento della residenza della madre,  avrebbe sostanzialmente privato i figli “di quella presenza continuativa e di quel sostegno che solo un padre che vive nella stessa città può dare” ed ha quindi ritenuto che tale decisione rispondesse esclusivamente ad un interesse della madre, ma non anche all’interesse dei figli minori.

Nel caso in questione, il Tribunale ha precisato che “la figura del padre appare necessaria alla crescita dei minori quanto quella della madre, come ormai psicologi e neuropsichiatri e psicologi dell’età infantile riconoscono”, sottolineando che il trasferimento del genitore collocatario può comportare anche una nuova decisione sul collocamento dei bambini, nell’ottica di perseguire effettivamente l’interesse dei minori.

Il trasferimento del genitore collocatario, quindi, può rimettere in discussione il collocamento dei minori, ovvero, quanto meno, le modalità di visita del genitore non collocatario, anche in considerazione del diritto dei bambini a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con entrambi i rami parentali.

In occasione della separazione dei coniugi, infatti, solo il genitore cd. “collocatario” (ovvero il genitore con il quale vivranno i figli) manterrà un rapporto quotidiano con i minori, ma proprio per questo diventa garante del diritto dell’altro genitore di continuare ad avere un ruolo importante nella vita dei figli, di poterli continuare a frequentare e di partecipare attivamente alle scelte che li riguardano.

E’ evidente, dunque, che la decisione di trasferirsi in un’altra città sia una scelta delicata che influisce in modo molto significativo nella vita dei minori, oltre che in quella di entrambi i genitori e deve essere valutata, innanzitutto, tenendo conto del preminente interesse dei figli a crescere serenamente, mantenendo un rapporto affettivo ed educativo con entrambi i genitori.

Il Tribunale di Ancona, dunque, decidendo in ordine alla richiesta della madre di potersi trasferire con i figli in un’altra città, ha sostanzialmente puntato a garantire in concreto l’affidamento condiviso dei minori, sottolineando che il collocamento presso l’uno o l’altro genitore può essere mutato in ragione delle diverse esigenze dei figli.

Cosa può fare dunque il genitore non collocatario che si trova ad affrontare una richiesta di trasferimento del genitore collocatario?

Qualora il genitore collocatario ritenga di poter attuare la propria volontà semplicemente dandone comunicazione all’altro genitore e non sia disposto a prendere in considerazione il suo parere, il genitore non collocatario, non avrà altra via che rivolgersi ad un avvocato divorzista, esperto in diritto di famiglia per tutelare, anche, ove occorra, davanti ad un Giudice, il diritto proprio e dei figli a mantenere un rapporto effettivo e continuativo.

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assegnazione della casa coniugaleA quali condizioni il Giudice provvede all’assegnazione della casa coniugale?

Sull’assegnazione della casa coniugale c’è spesso molta confusione.

Ecco alcune delle domande che più di frequente mi vengono rivolte. Le condizioni economiche dei coniugi influiscono? Le proprietà immobiliari dei coniugi spostano gli equilibri? L’assegnazione della casa coniugale può esserci anche se non ci sono figli? E se i figli sono maggiorenni? E se la casa è dei genitori di uno dei due coniugi? Chi paga le spese relative alla casa dopo l’assegnazione? Si può avere l’assegnazione anche se il coniuge che ne avrebbe diritto è già proprietario della casa? Quando cessa il diritto all’assegnazione? Può essere assegnata la casa anche se la coppia non è sposata? Se la casa coniugale viene venduta dal proprietario prima o dopo l’assegnazione?

Cominciamo quindi a fare chiarezza.

L’assegnazione della casa coniugale non costituisce un modo per riequilibrare la situazione economica trai i coniugi, bensì una tutela per i figli della coppia in crisi.

Il Giudice, dunque, non può dar luogo all’assegnazione della casa coniugale al solo fine di aiutare il coniuge economicamente più debole.

Allo stesso modo il Giudice non può rifiutare l’assegnazione della casa coniugale perché il coniuge che ne avrebbe diritto ha altri immobili di proprietà.

L’assegnazione della casa coniugale ha lo scopo di tutelare il superiore interesse dei figli.

L’assegnazione della casa coniugale, infatti, viene effettuata dal Giudice solo ed esclusivamente quando il genitore che non ne è proprietario, o lo è solo in parte, continuerà a convivervi con i figli.

Con il provvedimento di assegnazione della casa coniugale il Giudice “comprime” il diritto di proprietà del genitore che ne è proprietario.

Prevale infatti il superiore diritto dei figli di continuare a vivere nel medesimo ambiente in cui sono cresciuti quando la famiglia era unita.

Non si avrà quindi assegnazione della casa coniugale in assenza di figli.

In tal caso, inoltre le questioni relative alle comproprietà dei coniugi, in difetto di un accordo, dovranno essere decise in un giudizio diverso rispetto a quello della separazione.

Cosa accade alla proprietà della casa coniugale di un coniuge dopo l’assegnazione all’altro coniuge?

La proprietà della casa coniugale rimane intatta in capo agli originali intestatari anche dopo l’assegnazione.

Ciò significa che, ove la casa coniugale sia stata acquistata con l’accensione di un mutuo bancario, il coniuge proprietario dovrà continuare a pagare le rate del mutuo, indipendentemente dal fatto che non possa godere dell’immobile.

Allo stesso modo, alla proprietà seguiranno le relative tasse e le spese di manutenzione straordinaria.

Ogni spesa relativa alla gestione ordinaria dell’immobile, nonché le spese per le utenze, invece, saranno a carico del coniuge assegnatario.

Come si fa a capire a quale genitore debba essere assegnata la casa coniugale?

La risposta a questa domanda è la diretta conseguenza di un’altra domanda.

Con chi vivranno i figli dopo la separazione dei genitori?

Con la legge sull’affidamento condiviso, nelle separazioni si prevede che i figli siano prevalentemente collocati presso uno dei due genitori.

Il genitore con cui vivranno i figli dopo la separazione, avrà diritto all’assegnazione della casa coniugale.

E’ evidente altresì che se l’immobile è già integralmente di proprietà del genitore che vi rimarrà a vivere con i figli, non vi sarà necessità di effettuare alcuna assegnazione.

In tal caso, infatti, il diritto del genitore di mantenere la propria abitazione nella casa coniugale discende già dal  diritto di proprietà, che è più che sufficiente a garantire che i figli possano continuare a vivervi.

L’assegnazione della casa coniugale viene concessa anche quando i figli sono maggiorenni?

La domanda è tutt’altro che banale, tant’è che mi viene rivolta spesso.

La risposta è sì, ma a condizione che i figli maggiorenni non siano economicamente indipendenti.

Sul punto anche la Suprema Corte di Cassazione ha rinnovato anche di recente la propria posizione in tal senso, sebbene, a mio avviso, cambi la ragione che è sottesa a tale decisione.

Se infatti l’assegnazione della casa coniugale al genitore di figli minori ha lo scopo di tutelare il diritto del minore a continuare a vivere nell’ambiente in cui è cresciuto, l’assegnazione della casa coniugale al genitore che ha figli ormai maggiorenni, non può rispondere più a tale logica, bensì ad una logica di contribuzione al mantenimento del figlio maggiorenne.

Tanto ciò è vero che il diritto all’assegnazione della casa cessa quando i figli maggiorenni divengono economicamente indipendenti, a prescindere che vi continuino a vivere per mera comodità.

Può essere assegnata la casa coniugale di proprietà di un terzo?

La risposta a tale domanda è certamente positiva.

Il caso che più frequentemente ha impegnato i Tribunali italiani è il seguente: la casa coniugale è concessa in comodato d’uso gratuito alla coppia dal genitore o da un parente di uno dei due coniugi.

Il problema normalmente non si pone quando la casa appartiene ad un parente del coniuge al quale dovrebbe essere assegnata al momento della separazione.

Al contrario, quando la casa è di proprietà del parente del coniuge che, dopo la separazione dovrà lasciarla, iniziano i problemi.

Il proprietario della casa, infatti, in tali casi vorrebbe rientrare in possesso del suo immobile.

Tuttavia, se al comodato non era stato apposto un termine di durata, il coniuge che vivrà con i figli avrà diritto di chiederne l’assegnazione.

Nella realtà dei fatti, spesso il comodato non solo non prevede un termine di durata, ma neppure viene regolamentato per iscritto.

In tali casi, pertanto, la casa coniugale, anche se di proprietà di un terzo estraneo alla coppia, sarà assegnata al genitore che vi vivrà con i figli ed il proprietario non potrà che attendere che questi si rendano economicamente indipendenti.

Se il proprietario della casa la vende a terzi può evitare o superare l’assegnazione?

L’assegnazione della casa coniugale può essere trascritta nei registri immobiliari, affinché anche eventuali terze persone interessate all’acquisto dell’immobile possano averne conoscenza prima di procedere ad acquisto che sarebbe poco redditizio.

Acquistando un’immobile che sia già stato oggetto di assegnazione come casa coniugale, infatti, significa non poterne godere, né poterlo far fruttare.

L’eventuale acquirente dell’immobile assegnato, infatti, dovrebbe rispettare il diritto derivante dall’assegnazione della casa coniugale.

Ciò non toglie che la proprietà può comunque essere trasferita ma tale trasferimento non potrà pregiudicare il diritto dei figli e del coniuge assegnatario.

L’assegnazione della casa coniugale può essere fatta anche se la coppia in crisi che ha avuto figli non si è mai sposata?

Certamente sì! La casa in cui ha vissuto la famiglia sino a quando è rimasta unita, in tal caso, viene definita “casa familiare”, ma la sostanza non cambia.

Tutte le questioni già trattate per la casa coniugale, infatti, si applicano pari pari anche alla casa familiare.

L’assegnazione della casa coniugale, o della casa familiare, come è facile comprendere, può avere risvolti patrimoniali ed economici molto significativi.

Prima di adibire un immobile a casa coniugale o familiare, dunque, è opportuno fare il quadro completo delle possibili conseguenze che tale utilizzo potrebbe comportare nel caso la coppia su cui si fonda la famiglia dovesse entrare in crisi.

Così come sarà opportuno fare le opportune valutazioni prima di decidere quale dei due coniugi dovrà acquistare la casa coniugale o se acquistarla insieme.

Anche solo prima di concedere in comodato d’uso gratuito il proprio immobile ad un figlio (ma anche a terzi), affinché possa magari iniziare a convivere con la sua ragazza e poi crearsi una famiglia, sarà opportuno rivolgersi ad un avvocato esperto in diritto di famiglia in modo da tutelare la proprietà che si concede in comodato ed anche la persona che si vorrebbe favorire.

 

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Festa della donnaOggi è il giorno della festa della donna.

Nel giorno della festa della donna, da donna avvocato, mi sento di condividere alcune riflessioni.

Una donna può essere mamma, moglie, compagna, amica  e anche professionista, manager, imprenditrice.

Tutto ciò senza smettere di essere donna.

Esattamente come accade agli uomini.

Le donne sono certamente diverse dagli uomini, ma non migliori o peggiori, non superiori o inferiori.

Gli esseri umani, uomini o donne che siano, prima SONO e poi FANNO.

Non deve quindi più accadere che un uomo possa impedire ad una donna di fare il lavoro che desidera o di ricoprire il ruolo per il quale si sente portata.

Allo stesso modo, tuttavia, non deve accadere il contrario.

Una mamma non è un genitore migliore di un papà.

E’ solo un genitore diverso.

Nel momento in cui, da donna, esigo rispetto per i diversi ruoli che ho scelto di ricoprire, mi sento in dovere di rispettare chi, da uomo, fa la medesima scelta.

Io posso scegliere di fare l’avvocato, senza per questo smettere di essere donna e di essere moglie e mamma.

Allo stesso modo un uomo deve poter scegliere di fare il papà, senza per questo dover smettere di essere uomo, marito o manager, professionista o imprenditore.

Il giorno della festa della donna è un giorno che ci ricorda quanto possano essere falsi e limitanti gli stereotipi e quanto sia importante scardinare la gabbia del pregiudizio.

La vera conquista vi sarà quando ogni essere umano potrà davvero realizzare le proprie aspirazioni, senza distinzioni di sesso.

Grazie anche alle battaglie femministe del secolo scorso ed ai progressi recepiti dal diritto, una donna manager, professionista, imprenditrice o calciatrice oggi ha certamente più chance di realizzarsi e fare carriera.

La festa della donna è una festa della parità dei sessi, anche a vantaggio degli uomini nell’ambito della famiglia.

Così come il mondo del lavoro non deve in nessun ambito ed in nessun ruolo essere precluso alle donne, allo stesso modo la famiglia non può e non deve essere appannaggio esclusivo della donna.

Un uomo che sacrifica le proprie ambizioni di carriera per la famiglia e per i figli oggi fa ancora parte di una minoranza.

Non per questo, tuttavia, a quell’uomo deve essere precluso il riconoscimento del proprio ruolo di padre.

Esattamente come una donna manager in un settore tipicamente maschile ha diritto di veder riconosciuti i propri meriti e di fare carriera con le medesime chance di un uomo.

Ancora oggi, invece, il ruolo paterno fatica ad essere riconosciuto all’interno della famiglia e le separazioni diventano occasione di battaglia per garantire la parità dei diritti genitoriali.

Il giorno della festa della donna, dunque, io rendo omaggio alla vera parità dei sessi o meglio, all’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani.

Trovo difficile che le donne possano davvero ottenere il riconoscimento della parità rispetto agli uomini nei settori tradizionalmente ritenuti maschili se, a propria volta, non sono disposte a riconoscere la parità degli uomini nei settori tradizionalmente ritenuti femminili.

Una donna a capo di un’azienda è una conquista della parità dei sessi, quanto lo è un padre al quale viene riconosciuto il ruolo di genitore di riferimento nell’ambito della famiglia.

E’ solo una questione di vocazione, non certo di sesso.

Gli uomini hanno ancora un po’ di strada da fare verso la parità dei sessi in famiglia.

Se, tuttavia, il movimento per i diritti delle donne ha radici ormai antiche ed ha ottenuto importanti vittorie sul campo, il movimento per i diritti degli uomini all’interno della famiglia è ancora molto giovane.

Sono certa che il riconoscimento dei diritti degli uomini nell’ambito della famiglia sia uno scatto di civiltà, anche a favore delle donne.

Rendere gli esseri umani liberi dagli stereotipi e lasciare che possano inseguire i propri sogni, indipendentemente da ogni differenza, è uno scatto di civiltà.

La differenza è un valore ed un’opportunità. Un plus, non un minus.

A chi mi chiede perché mi propongo spesso, come avvocato divorzista, di assistere gli uomini, quindi, rispondo che in questo modo, in realtà, io difendo anche le donne.

 

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Il genitore che ha un altro figlio, ha diritto alla modifica dell’assegno di mantenimento per gli altri figli?

Il genitore che contribuisce al mantenimento dei figli nati dal matrimonio, può ottenere una modifica dell’assegno di mantenimento se, dopo la separazione o il divorzio, costituisce una nuova famiglia e mette al mondo altri figli?

Il genitore chiederà una riduzione del mantenimento già dovuto, sulla base del nuovo impegno economico derivante dalla nascita del nuovo figlio.

Anche il figlio nato dalla nuova unione, infatti, ha diritto al mantenimento da parte di entrambi i genitori.

Secondo la Corte di Cassazione la nascita di un altro figlio deve essere valutata dal Giudice come circostanza che può comportare una modifica dell’assegno di mantenimento già previsto in favore dei figli nati dal matrimonio.

La riduzione dell’assegno già previsto per i figli nati in costanza di matrimonio, tuttavia non è automatica, poiché il Giudice dovrà valutare le circostanze caso per caso.

La nuova nascita, infatti, per poter incidere sull’assegno di mantenimento già deciso, dovrà comportare un effettivo depauperamento del genitore che chiede la riduzione del mantenimento dovuto per gli altri figli.

Il Giudice dovrà inoltre valutare anche le condizioni economiche della nuova famiglia in cui il nuovo figlio è stato generato.

La nascita di un nuovo figlio nell’ambito della nuova famiglia che dalla parte dell’altro partner sia particolarmente facoltosa, infatti, potrebbe non comportare nuovi oneri per il genitore già tenuto al pagamento del mantenimento per i figli nati dal precedente matrimonio.

In tal caso, dunque, il Tribunale potrebbe decidere per il mantenimento dell’assegno di mantenimento già deciso in precedenza.

La modifica dell’assegno di mantenimento è sempre possibile quando cambiano le condizioni economiche dei genitori.

Spetterà quindi al Giudice valutare se la nascita di un nuovo figlio riduca effettivamente la capacità economica del genitore onerato.

Ed in caso positivo, il genitore tenuto al pagamento dell’assegno per gli altri figli, avrà diritto di pagare meno per il loro mantenimento.

La modifica dell’assegno di mantenimento può intervenire anche quando ad avere un altro figlio è il genitore che ha diritto a riceverlo?

Se a rifarsi una famiglia è il genitore che ha diritto all’assegno di mantenimento per i figli nati dal precedente matrimonio, la cosa cambia aspetto.

E’ evidente che in tal caso la modifica dell’assegno di mantenimento potrebbe essere richiesta al rialzo dal genitore che si trova ad affrontare nuovi costi in ragione della nascita di un altro figlio.

I Tribunali sembrano però ritenere irrilevante, ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento, la nascita di un nuovo figlio al genitore che ha diritto all’assegno di mantenimento per i figli nati dal matrimonio.

Il principio è infatti che ogni figlio debba essere mantenuto dai propri genitori.

Il nuovo figlio nato al genitore che è già creditore di un assegno di mantenimento per altri figli, infatti, avrà un altro genitore che contribuirà al suo mantenimento.

La nuova nascita, quindi, non incide in alcun modo sull’assegno di mantenimento percepito per gli altri figli.

Questa è la posizione al momento tenuta dai tribunali italiani.

La stessa disciplina si applica anche per figli nati da genitori non sposati.

Poiché il mantenimento già deciso in sede di separazione o divorzio può sempre essere oggetto di modifica ove mutino le condizioni che vi avevano dato luogo, è sempre opportuno chiedere un parere ad un avvocato divorzista per conoscere ogni risvolto della situazione e valutare l’opportunità di chiedere o concedere una modifica del contributo.

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mantenimento dei figliIl contributo dovuto per il mantenimento dei figli subisce gli influssi delle ultime novità in materia di mantenimento del coniuge?

Dopo che la Corte di Cassazione ha rivoluzionato il criterio per la determinazione dell’assegno di mantenimento per il coniuge divorziato, mi è stato chiesto spesso se il nuovo orientamento si estendesse anche al mantenimento dei figli.

Qual è il criterio per la determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli?

Il contributo al mantenimento dei figli è stabilito ancora sulla base del tenore di vita che i figli hanno goduto durante il matrimonio?

Il mantenimento dei figli va parametrato al principio dell'”autosufficienza economica?

La risposta non doveva essere così scontata se la Corte di Cassazione ha ritenuto opportuno chiarirla.

Ogni dubbio sul fatto che la Sentenza Grilli avrebbe potuto estendere i suoi effetti anche al mantenimento dei figli è stato recentemente fugato dalla Corte di Cassazione.

I figli hanno il diritto di mantenere il tenore di vita loro consentito dai proventi e dalle disponibilità concrete di entrambi i genitori, e cioè quello stesso che avrebbero potuto godere in costanza di convivenza“.

Come si determina quindi in concreto il mantenimento dei figli?

Ecco i 5 parametri che il Giudice deve considerare per stabilire l’assegno di mantenimento dei figli.

1) le attuali esigenze del figlio

2) il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore

4) le risorse economiche di entrambi i genitori

5) il valore economico dei compiti domestici e di cura, svolti da ciascun genitore.

Per determinare l’assegno di mantenimento il Giudice valuta innanzitutto le attuali esigenze dei figli e il tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Poi il Giudice considera non solo le capacità economiche di ciascun genitore (e bilancia eventuali disparità), ma anche il diverso tempo che il figlio trascorrerà con ciascun genitore (che quindi se ne farà carico diretto per quel tempo).

Infine il Giudice dovrebbe considerare che i compiti domestici (per es. lavare e stirare i vestiti dei bambini, preparare loro da mangiare, tenere in ordine la casa) e di cura (per es. seguire i bambini nei compiti scolastici, accompagnarli a scuola, alle attività sportive, ricreative ed eventualmente religiose) richiedono tempo ed un impegno costante, che devono essere considerati nella determinazione dell’assegno di mantenimento.

Il contributo al mantenimento dei figli non è quindi solo una somma dei costi che il genitore sostiene per loro.

Spesso i genitori tenuti al versamento dell’assegno di mantenimento lamentano che l’entità del mantenimento è spropositato rispetto al costo effettivo dei figli.

Il contributo previsto dal giudice non contempla solo le spese di vitto, alloggio e vestiario, ma è volto anche a ripagare il genitore che vive con il figlio del tempo e della dedizione che gli dedica.

E’ dovuto un assegno di mantenimento anche se entrambi i genitori provvedono direttamente al mantenimento dei figli?

Capita sempre più spesso che i figli trascorrano egual tempo con i due genitori, i quali  si dividono equamente i compiti domestici e di cura dei figli.

In tal caso, Giudice può decidere per il mantenimento diretto dei figli, ma solo quando i genitori hanno anche redditi equivalenti.

In tal caso il Giudice non disporrà alcun assegno di mantenimento.

L’eventuale disparità di reddito tra i genitori non consente al Giudice di non disporre l’assegno di mantenimento a carico del genitore più facoltoso.

L’assenza di un assegno di mantenimento, infatti, favorirebbe il genitore più facoltoso, a discapito dell’altro genitore.

Il genitore più abbiente potrebbe far godere ai figli un tenore di vita che l’altro genitore non potrebbe permettersi con i propri soli redditi.

I Giudici, quindi, tendono a mantenere l’assegno di mantenimento in caso di disparità di reddito, per evitare che i figli privilegino il genitore che ha maggiori possibilità economiche.

La determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli richiede quindi una valutazione complessiva della situazione e del contesto famigliare.

Tale valutazione compete anche ai coniugi che, in fase di separazione, intendano optare per una separazione consensuale.

Per non aver poi rimpianti in seguito, è opportuno rivolgersi ad un avvocato divorzista che possa far affiorare tutti i risvolti del caso.

Solo con un’adeguata conoscenza dei propri diritti e dei propri doveri, infatti, i genitori possono fare una scelta consapevole e corretta anche per i figli.

Spesso si dice che se stanno bene i genitori stanno bene anche i figli, ma è giusto ricordare che è vero anche il contrario.

 

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casa coniugale

L’assegnazione della casa coniugale è uno degli argomenti spesso più discussi nell’ambito di una separazione. Per questo motivo è anche uno dei punti che richiedono maggiore approfondimento.

Cosa s’intende per “casa coniugale“?

La casa coniugale è l’abitazione in cui risiedono i coniugi con la famiglia che hanno creato ed in cui si svolge la vita quotidiana dei figli.

Nel nostro ordinamento la casa coniugale riveste un ruolo importante, sia sotto il profilo sociale che sotto quello giuridico.

E’ il luogo in cui i coniugi hanno stabilito la propria residenza, con ogni conseguente considerazione.

E’ il luogo in cui i figli sono cresciuti e nel quale hanno il loro “nido”.

La casa dove i figli hanno vissuto assume quindi grandissima importanza anche nell’ambito di una separazione dei coniugi.

Al momento della separazione, infatti, la casa coniugale è uno dei nodi cruciali di cui discutere.

La casa coniugale spesso per i figli costituisce, peraltro, il vero discrimine tra i genitori.

Approfondiamo il concetto.

Perché è tanto importante per i bambini l’assegnazione della casa coniugale?

Pur riconoscendo i diversi ruoli che i genitori hanno nella loro vita, nella maggior parte dei casi, i bambini amano allo stesso modo la mamma e il papà.

I bambini non fanno distinzioni di sentimento tra i loro genitori.

Cercheranno la mamma in certe circostanze ed il papà in altre, a seconda del loro vissuto famigliare, ma amano entrambi allo stesso modo.

Spesso, quindi, a dispetto di quanto si creda, è la casa in cui vive il bambino a costituire il vero distinguo tra i genitori.

Il bambino, che non saprebbe mai scegliere tra i suoi genitori, tenderà verosimilmente a privilegiare la casa in cui vive e che vede come un luogo sicuro ed accogliente.

Se è già di proprietà del coniuge che vi continuerà ad abitare con i figli, la casa coniugale non sarà oggetto di alcun provvedimento.

Se, invece, la casa coniugale è di proprietà, in tutto o in parte, del coniuge che la dovrà lasciare, è stato previsto che il Giudice possa provvedere ad assegnare la casa al genitore che vi continuerà ad abitare con i figli.

Ciò proprio per privilegiare l’esigenza dei figli minori di mantenere un punto di riferimento nel momento della crisi della famiglia.

L’assegnazione della casa al coniuge che continuerà a vivere con i figli minori è uno dei risvolti patrimoniali spesso più rilevanti della crisi della famiglia.

Si tratta infatti di uno dei rari casi in cui il diritto di proprietà può essere sacrificato in ragione di un interesse ritenuto prevalente: l’interesse dei figli minori.

In quali casi il Giudice decide l’assegnazione della casa coniugale al coniuge che non ne è il proprietario?

Il Giudice, dunque, è tenuto ad assegnare la casa coniugale al coniuge cd. collocatario dei figli minori, ossia al coniuge con il quale i figli prevalentemente vivranno.

L’assegnazione della casa coniugale, infatti, costituisce in questo caso una garanzia per il figlio minorenne di poter continuare ad abitare nell’ambiente in cui è cresciuto.

E ciò anche dopo la separazione o il divorzio del genitori.

Per la verità, il medesimo principio vale anche per il caso in cui i genitori non siano sposati.

Nel momento della crisi della famiglia, infatti, è riconosciuta anche ai figli nati da genitori non sposati, la medesima tutela.

In tal caso, si parlerà di assegnazione della casa famigliare e non coniugale, ma con i medesimi criteri che valgono per i genitori sposati.

Dopo le ultime riforme, infatti, i figli nati da genitori non sposati sono equiparati in tutto e per tutto ai figli nati da genitori coniugati.

Quali sono le conseguenze dell’assegnazione della casa coniugale?

Con l’assegnazione della casa, il coniuge assegnatario, pur non avendone la proprietà, o avendola solo in parte (nel caso in cui la casa sia cointestata), avrà il diritto esclusivo di godere dell’immobile, finché vi abiterà con i figli.

L’assegnatario sarà tenuto a provvedere a tutte la spese relative alla manutenzione ordinaria, alle spese condominiali ordinarie ed a tutte le spese inerenti all’utilizzo dell’immobile.

L’assegnazione costituisce un diritto personale di godimento in favore del coniuge assegnatario e non priva il proprietario del suo diritto di proprietà.

Competeranno quindi al proprietario il pagamento delle spese straordinarie e dell’IMU se dovuta.

L’assegnazione della casa coniugale è prevista anche se il figlio è maggiorenne?

In presenza di figli maggiorenni, l’assegnazione della casa coniugale può essere decisa dal Giudice solo se i figli, pur maggiorenni, siano disabili ovvero non siano ancora economicamente indipendenti.

Questi sono i soli casi in cui, in presenza di figli maggiorenni, il Giudice può comunque disporre l’assegnazione della casa coniugale.

Quando si perde il diritto all’assegnazione della casa coniugale?

Il diritto all’assegnazione della casa coniugale si può perdere per diversi motivi, che di seguito passiamo in rassegna.

L’indipendenza economica dei figli maggiorenni ovvero il trasferimento dei figli in altra abitazione,  farà cessare il diritto del coniuge assegnatario all’assegnazione della casa coniugale.

Perderà altresì il diritto all’assegnazione della casa coniugale il coniuge assegnatario che smetta di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.

Recentemente i Giudici si sono pronunciati sul fatto che la nascita di un figlio da una relazione dell’assegnatario sia indice di una stabile relazione, da equipararsi ad una convivenza more uxorio.

Ciò a prescindere dal fatto che l’altra persona abbia o meno trasferito la residenza presso la casa coniugale e conservi un’altra abitazione.

Sarà sempre e comunque il Giudice a dover valutare che la cessazione del diritto di assegnazione della casa coniugale sia conforme all’interesse dei minori.

Considerata l’importanza dell’argomento è sempre consigliato affrontare ogni decisione in ordine all’assegnazione della casa coniugale con l’assistenza di un avvocato divorzista esperto.

 

 

 

 

 

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Ho vintoHo vinto!

E’ triste ma ho dovuto vincere.

E quindi hanno perso tutti, ma io ho vinto.

No. In realtà non ho vinto Io.

Ha vinto l’Avvocato Elena Angela Sestini.

Ha vinto il mio Ego. Ha vinto il mio curriculum.

Non io. Non Elena. Io so bene di non aver vinto.

Ho  fatto bene il mio dovere e ho ottenuto un successo professionale, ma non ho vinto niente e nessuno mi darà mai un premio.

Nel mio campo non c’è vittoria che possa ripagare davvero lo scempio della battaglia. Ecco perché Io non ho vinto.

Quella che sembra una vittoria, in realtà è solo l’inizio di nuove battaglie che lasceranno sul campo altri morti e feriti soprattutto tra i civili. Fuor di metafora, i bambini.

Per questo non c’è vittoria che valga un armistizio.

L’avvocato divorzista deve sempre tentare di negoziare la pace.

Anche a costo di spendere ore e ore a discutere, trattare, spiegare, per accompagnare il suo assistito verso un accordo.

Ed è per questo che impegno tutte le mie energie per investire sull’unica vittoria: la pace.

Ci si può separare e tornare a vivere, garantendo serenità e pace anche ai propri figli.

Di solito prima di arrivare alla pace si sperimenta un armistizio, un periodo di tempo in cui entrambe le parti in causa si mostrano, spavalde, le proprie armi e le tengono silenti, ma ben puntate l’una sull’altra.

Spesso se si arriva all’armistizio poi è possibile negoziare e siglare la pace.

Spesso. Ma non sempre.

E allora le armi sparano sui sentimenti dei grandi e dei piccini, facendo scempio di ogni buon senso.

Nessuno vince questa guerra, tranne uno degli avvocati coinvolti.

L’avvocato, ho detto! Ma anche quando quell’avvocato è l’avvocato Elena Angela Sestini, non sono io.

Io sono Elena, con la mia personalità di donna, moglie, mamma.

L’avvocato è la mia proiezione olografica con la toga (nemmeno, per la verità, visto che in questa materia s’indossa solo di rado).

L’avvocato è la figura professionale tecnica e spersonalizzata che, nell’ambito di un processo, sostiene una delle due parti coinvolte e l’aiuta a vincere la guerra.

La persona, l’essere umano che fa l’avvocato di professione, invece, deve fare ben altro per il suo assistito.

“Assistito”, prima che “cliente”.

Il primo significato del verbo “assistere” è “aiutare, confortare con la propria presenza e partecipazione”.

E ciò dice tutto sul ruolo dell’avvocato. Soprattutto dell’avvocato divorzista.

Sì, è vero, anche il mio assistito dice “Ho vinto!”

Ma lui, in realtà, ha perso molto in questa guerra. Eppure crede di aver vinto suo figlio.

In realtà ha solo ottenuto l’opportunità di crescerlo.

Ha vinto una vita da organizzare tra scuola e lavoro, nonni, baby sitter, sport.

Ha vinto il compito di aiutarlo a superare i problemi con una madre alla quale proprio lui ha sparato con tutte le armi che aveva.

Ha vinto le difficoltà quotidiane di crescere un figlio traumatizzato dalla guerra tra i genitori, mentre la guerra continua.

Ha vinto l’opportunità di parlargli bene di una madre con la quale lui stesso non vorrebbe più aver nulla a che fare, di aiutarlo a vederne i lati positivi in modo che possa stare con lei volentieri, di aiutarlo a riabilitarla dentro di sé.

Ogni essere umano si porta dentro di sé i propri genitori. La mamma resta sempre la mamma.

Quel bambino che il mio cliente pensa di aver ottenuto in premio, dovrà poter guarire il rapporto con la mamma, per evitare che lo divori dall’interno.

Ha vinto anche la possibilità di essere un grande genitore, a prescindere da ciò che farà l’altro genitore di suo figlio.

E allora sì che vincerà davvero suo figlio.

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DDL PillonIl Senatore Pillon, nel corso della 22^ seduta della Commissione di Giustizia del Senato del 10 settembre 2018, ha illustrato alla Commissione il disegno di legge (DDL 735) che porta il suo nome in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità.

L’affidamento condiviso ed il principio della bigenitorialità sono stati introdotti con la riforma del diritto di famiglia del 2006.

E allora perché il DDL Pillon ha mosso le piazze e fatto gridare allo scandalo?

“Assurda proposta maschilista” è stato definito il DDL Pillon da un’importante testata giornalistica.

Cosa modifica il DDL Pillon e perché tante critiche?

Nella relazione che accompagna il DDL il Senatore Pillon spiega chiaramente le ragioni e le finalità (la ratio, per i giuristi) della riforma.

I criteri della normativa sono quattro:

  • a) mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni;
  • b) equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari;
  • c) mantenimento in forma diretta senza automatismi;
  • d) contrasto dell’alienazione genitoriale.

Ma vediamo nel dettaglio ogni singolo punto.

A. DDL Pillon: la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni

Il DDL Pillon vuole dare esecuzione alla Risoluzione europea UE 2079/2015 che prevede l’adozione di modifiche legislative volte a rimettere al centro del diritto di famiglia proprio la famiglia e i genitori.

Lo scopo è restituire ai genitori il diritto di decidere sul futuro dei loro figli in ogni occasione possibile, anche con l’aiuto di un mediatore familiare o di un coordinatore genitoriale che li aiuti a risolvere i conflitti e a mantenere un canale comunicativo nel superiore interesse del minore, lasciando al giudice un ruolo veramente marginale.

I primi 5 articoli del DDL Pillon, dunque, introducono, nel diritto di famiglia, procedure di Alternative Dispute Resolution (conciliazione, mediazione familiare e coordinazione genitoriale).

Ho letto aspre critiche sull’introduzione della mediazione obbligatoria nel diritto di famiglia ed io stessa sono, per estrazione, più orientata all’accesso diretto alla giustizia.

Mi rendo conto, tuttavia, che il Giudice, per mandato di legge, giudica.

Il giudice non ha, né tempo, né mezzi per ascoltare le ragioni dei genitori ed aiutarli a conciliare le proprie esigenze e quelle dei minori.

Peraltro, nella maggior parte dei casi, proprio la necessità di fornire prove al Giudice e portare acqua al proprio mulino, induce i genitori a scelte aberranti e certamente dannose per i figli.

Le cause per separazione giudiziale sono costellate di false o irrilevanti accuse su episodi specifici, spesso create ad arte proprio per fornire  al Giudice prove dell’incompetenza, inaffidabilità, incapacità dell’altro genitore.

Pratiche deplorevoli che certamente non aiutano la comunicazione tra i genitori e non favoriscono i figli.

Forse è venuto il momento di mettere fine a tali inutili diatribe ed insegnare ai genitori che si separano che al loro Ego e all’immancabile desiderio di rivalsa devono anteporre i figli.

Per quale motivo, dunque, un giudice dovrebbe essere un mediatore migliore di un mediatore professionista, psicologo o avvocato che sia?

Il DDL Pillon garantisce la costituzione di un albo dei mediatori familiari e definisce la figura del coordinatore genitoriale.

Superando quindi l’opposizione di principio ad ogni novità, notiamo che il DDL Pillon dettaglia requisiti, doveri e compiti dei nuovi professionisti della famiglia, precisando anche il ruolo degli avvocati nell’ambito delle relative procedure.

A chi ritiene che la mediazione obbligatoria ritarderà l’accesso alla giustizia, rammento che i tempi con cui i Tribunali fissano la prima udienza nelle cause per separazione o divorzio giudiziale, o per l’affidamento dei figli nati da genitori non sposati sono oggi quasi biblici.

Si potrà quindi depositare il ricorso in Tribunale, per poi svolgere la mediazione nel lungo tempo che trascorrerà prima dell’udienza.

Se la mediazione riuscirà, il Tribunale non farà che prenderne atto. Esattamente come accade quando, nell’attesa dell’udienza, gli avvocati fanno i mediatori e trovano un accordo.

B. Equilibrio tra entrambe le figura genitoriali e tempi paritari

La legge 54/2006 che ha istituito in Italia l’affido condiviso, secondo la relazione del Senatore Pillon, “si è rivelata un fallimento“.

A dispetto di quanto avvenuto in altri paesi occidentali, infatti, in Italia l’affidamento condiviso è rimasto solo sulla carta.

Si è creato un affidamento condiviso formale, che ha continuato ad essere applicato esattamente come lo era prima l’affidamento esclusivo.

Solo il 3/4% dei minori figli di genitori separati, infatti, trascorre con il genitore non collocatario almeno il 30% del suo tempo e solo l’1/2% dei minori gode di un affidamento paritario.

Per esperienza professionale, aggiungo a tali dati che difficilmente i Tribunali concedono tempi paritari anche se il genitore non collocatario li può sostenere e li chiede e che spesso la contestazione del genitore collocatario nasconde motivi economici.

Se, infatti, i tempi sono paritari ed i redditi dei genitori anche potrebbe venir meno il diritto al mantenimento da parte del genitore collocatario.

E’ giunta pertanto l’ora di dare piena applicazione alla risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa, che consiglia agli Stati membri di adottare legislazioni che assicurino l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli” spiega la relazione introduttiva al DDL Pillon.

Il DDL Pillon prevede il diritto del minore di trascorrere tempi paritari con ciascun genitore

Il minore ha diritto di trascorre tempi paritari con ciascun genitore e, salvo che i genitori non si accordino diversamente, deve essere comunque garantita ai figli la permanenza di non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvi casi di “violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore, inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore“.

Su questo punto la critica si è scatenata.

C’è chi ha parlato di bambini ridotti ad oggetti da passarsi tra i genitori, di bambini con la valigia, di genitori imprenditori che dovranno portarsi i figli in azienda e addirittura di una discriminazione per i poveri che hanno una casa inadeguata.

Francamente trovo che quest’ultima critica sia ridicola, considerato che nessun giudice sano di mente potrà mai interpretare che si possa parlare di  “inadeguatezza evidente degli spazi per la vita del minore” anche solo ove il genitore abbia a disposizione un monolocale a norma di legge (esistono infatti già delle norme in tal senso).

Certo è però che il genitore che vive in un’automobile forse non è bene che tenga con sé il minore per la metà del tempo.

Per quanto riguarda tutte le altre critiche, il DDL Pillon prevede che ” il giudice o le parti, quando le circostanze rendano difficile attuare una divisione paritaria dei tempi su base mensile, possono prevedere adeguati meccanismi di recupero durante i periodi di vacanza, onde garantire la sostanziale equivalenza dei tempi di frequentazione del minore con ciascuno dei genitori nel corso dell’anno“.

Se dunque uno dei genitori, per impegni di lavoro, per la distanza tra le abitazioni o per altri motivi (tra i quali anche esigenze del minore) non potrà tenere con sé i figli per almeno 12 giorni al mese, avrà la preferenza sull’altro nei periodi di vacanza o nelle festività.

Il DDL Pillon introduce il Piano genitoriale

Come previsto dalla risoluzione 2079/2015 del Consiglio d’Europa il DDL Pillon prevede che i genitori predispongano un Piano genitoriale in ordine ai seguenti aspetti della vita dei minori:

  1. luoghi abitualmente frequentati dai figli;
  2. scuola e percorso educativo del minore;
  3. eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative;
  4. frequentazioni parentali e amicali del minore;
  5. vacanze normalmente godute dal minore.

Sulla redazione di un piano genitoriale condiviso si concentreranno anche gli sforzi del mediatore familiare, ma, ove la mediazione non dovesse ottenere risultato positivo, entrambi i genitori saranno chiamati a redigere un proprio piano genitoriale da sottoporre al giudice.

In tal caso sarà il Tribunale a decidere quale parte dell’uno o dell’altro piano genitoriale adottare, ma il Giudice dovrà motivare la scelta e spiegare perché abbia privilegiato l’uno a discapito dell’altro.

Il DDL Pillon introduce il doppio domicilio per il minore

La stessa risoluzione 2079/2015 del Consiglio d’Europa consigliava la definizione di un suggeriva l’istituzione di un doppio domicilio o di una doppia residenza per il minore.

Il DDL Pillon opta per il doppio domicilio del minore presso l’abitazione di ciascuno dei  genitori ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute.

Ciò dovrebbe consentire di superare la criticità di decisioni assunte da uno solo dei due genitori perché l’altro, non ricevendo comunicazioni dalla pubblica amministrazione, rimane all’oscuro anche solo del fatto che vi sia una decisione da affrontare.

C. Mantenimento in forma diretta senza automatismi

Secondo la relazione al DDL Pillon il principio del mantenimento diretto, che doveva essere già attuato come conseguenza dell’affidamento condiviso, così come avviene in molti paesi, dovrebbe contribuire a dare al minore una percezione di maggior benessere economico.

Il mantenimento diretto è peraltro la naturale conseguenza del principio secondo il quale il minore deve trascorrere tempo paritario od equipollente con entrambi i genitori e consentirà ai genitori non collocatari di smettere di sentirsi genitori bancomat.

Il mantenimento diretto dei figli deve essere previsto nel piano genitoriale.

ove deve essere indicata la misura e la modalità della partecipazione di ciascun genitore, sia per le spese ordinarie che per quelle straordinarie, “attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito” e considerando i seguenti aspetti:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  3. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Se le parti non raggiungeranno un accordo, sarà il Giudice a dover decidere, privilegiando comunque il mantenimento diretto, attribuendo a ciascun genitore, sulla base del costo medio dei beni e servizi per i figli, specifici capitoli di spesa.

L’assegno di mantenimento diventa una misura residuale.

Il giudice, infatti, potrà stabilire un assegno di mantenimento solo ove strettamente necessario e solo per un periodo di tempo determinato e dovrà indicare le iniziative che devono essere intraprese dalle parti per arrivare al mantenimento diretto dei figli.

Ho letto che il mantenimento diretto è inattuabile, che toglierà opportunità ai figli e finirà per impoverire anche le madri.

Francamente trovo che, ove possibile, ogni genitore preferisca spendere direttamente per il proprio figlio, piuttosto che dare soldi all’altro genitore senza un effettivo parametro legato alla realtà.

A ciò si arriva dopo anni di assegni di mantenimento elargiti sulla base del solo reddito dei genitori, senza alcun riferimento alle spese effettivamente sostenute dalla famiglia quando era unita.

Ho visto mogli con proprietà a Cortina d’Ampezzo e in Costa Smeralda, acquistate per loro dal marito, giovarsi del gratuito patrocinio e lamentare il diritto a cospicui mantenimenti per sé e per i figli, ottenendo di fatto con l’assegno di mantenimento il medesimo effetto che avrebbero avuto se fossero state in comunione dei beni.

Ho visto madri vivere agiatamente con quello che avrebbe dovuto essere l’assegno di mantenimento per i propri figli e padri fare debiti per pagare il mantenimento, così come, al contrario, ho visto madri totalmente disinteressate ai propri figli, rinnegare il ruolo paterno solo per ottenere il mantenimento.

L’avvocato divorzista sa bene che nel diritto di famiglia spesso la parte debole è quella del sesso forte.

Il mantenimento diretto per capitoli di spesa comporta una rivoluzione culturale.

Al contrario, le intenzioni del legislatore sono più che apprezzabili e saranno certamente apprezzate anche dalle madri e dai padri che oggi sono i genitori collocatari, quando si renderanno conto che il mantenimento diretto richiede meno anticipazioni da parte di un genitore solo, responsabilizza enormemente l’altro genitore e lo costringe ad affrontare direttamente i capitoli di spesa di propria competenza, organizzandosi ove per affrontarli sia necessaria la presenza del figlio.

Si potrà quindi stabilire che la scuola privata o l’università la paghi direttamente ed integralmente il papà, mentre la mamma si occuperà di acquistare i vestiti, piuttosto che delle spese quotidiane, ove i tempi non fossero paritari, e così discorrendo.

Il DDL Pillon elimina l’assegnazione della casa familiare

L’assegnazione della casa familiare costituisce una significativa contribuzione di valore economico in favore dei figli.

A dispetto di quanto previsto già dalla L. 54/2006, tuttavia, raramente il sacrificio del genitore proprietario della casa che si trova a lasciarla all’altro genitore viene riconosciuto in modo adeguato dai Tribunali al momento della determinazione dell’assegno di mantenimento.

L’assegnazione della casa familiare, inoltre, è spesso motivo di conflitto genitoriale.

Peraltro, ove la casa sia cointestata ad entrambi i genitori, ovvero intestata al genitore che la lascerà, l’assegnazione comporta un danno grave al proprietario tenuta a lasciarla al godimento dell’altro genitore.

Per non parlare della drammatica situazione in cui viene a trovarsi il genitore che, dopo aver acquistato la casa per la famiglia stipulando un mutuo, si trova a doverla lasciare all’altro genitore, dovendo sostenere il mutuo e contestualmente un canone di locazione per un’abitazione per sé.

La novità del DDL Pillon è volta a riequilibrare gli aspetti economici che ora rischiano spesso di svantaggiare i genitori non collocatari.

E non sempre tali genitori sono i padri.

Definire quindi la novità “maschilista” serve  solo ad alimentare il conflitto “partitico” tra madri e padri.

Il DDL Pillon prevede quindi che il genitore che continuerà a vivere con i figli nella casa familiare, versi al proprietario dell’immobile un indennizzo pari al canone di locazione calcolato sulla base dei correnti prezzi di mercato.

In questo modo la casa resta un vantaggio per i figli ma non per un genitore a discapito dell’altro.

D. Contrasto dell’alienazione genitoriale

Il DDL Pillon si fa carico di porre rimedio ai casi, per la verità assai frequenti, in cui la condotta di un genitore sia causa di grave pregiudizio per i figli minorenni, impedendo loro di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore.

Il DDL sembra non voler entrare negli aspetti psicologici di quella che nasce come una “sindrome”, né tanto meno sembra interessato a colpire il colpevole (quando di uno solo si possa parlare) del distacco del figlio dall’altro genitore.

Il programma di recupero della bigenitorialità può infatti essere attivato, “nell’esclusivo interesse del minore, anche quando, pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori, il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno di essi”.

Non importa al legislatore indagare di chi sia la colpa se un figlio non vuole più relazionarsi con uno dei due genitore.

Quale che sia il motivo che lo ha indotto ad allontanarsi dal genitore, il bambino deve poter riallacciare un rapporto con lui.

Scelta saggia, quella del DDL Pillon, che sembra sottintendere una scelta di tutela dei diritti del minore alla relazione con tutti e due i genitori ed i relativi rami parentali.

Lo Stato non può tollerare che una situazione di fatto, spesso originata da una scelta di comodità di un bambino che si trova in mezzo ad una guerra tra genitori, diventi una situazione di diritto.

Le critiche sul punto sono senza quartiere.

Si scomodano argomenti come le violenze in famiglia e la violenza sulle donne.

Se la famiglia è sacra e senza sesso, la violenza in famiglia va estirpata a prescindere che ad attuarla sia un uomo o una donna.

Giusto allontanare i figli dai padri violenti ed altrettanto giusto allontanarli da madri che li violentano psicologicamente demonizzando il padre.

Dall’altra parte è altresì giusto impedire ad un figlio di eliminare un genitore dalla propria vita, quando l’unico motivo è quello di evitare di trovarsi in mezzo a continue discussioni o sentire un genitore parlar male dell’altro.

E questa situazione è molto più frequente di quanto non si creda.

In conclusione, il DDL Pillon è un progetto legislativo di pregevole fattura che, sia pure certamente ancora migliorabile, non merita le critiche, per lo più ideologiche e prevenute che ha dovuto subire, soprattutto dalla parte femminile della contesa.

Lo stesso Senatore Pillon, peraltro, ha proposto alla Commissione giustizia del Senato di “svolgere una serie di audizioni che coinvolgano esperti della materia, associazioni di genitori, associazioni professionali al fine di consentire con spirito partecipativo la definizione di un testo che affermi, senza pregiudizi ideologici, l’obiettivo del miglior interesse del minore.

Solo al termine del ciclo di audizioni, pertanto, potrà essere ridiscusso ed eventualmente varato il testo di legge.

Aspettiamo ed attendiamo gli sviluppi.