Tempo di lettura: 2 minuti

separazione consensuale e giudizialeCome si sceglie tra separazione consensuale e giudiziale?

Che differenza c’è tra separazione consensuale e giudiziale?

La domanda non è affatto banale, considerato che i coniugi che decidono di separarsi spesso sono sfiancati da lunghi periodi di conflitti famigliari.

La separazione consensuale, infatti, è frutto di un accordo ed è possibile solo se, dopo aver definito ogni questione relativa all’affidamento dei figli minori, all’assegnazione della casa coniugale, al mantenimento, i coniugi decidono di volersi separare alle condizioni concordate.

Se i coniugi sono in grado di trovare un accordo, la scelta tra separazione consensuale e giudiziale cadrà indubbiamente sulla prima opzione.

Salvo il caso in cui il comportamento di uno dei due coniugi induca l’altro a rifiutare a priori l’ipotesi di una separazione consensuale, generalmente, prima di scegliere la via della separazione giudiziale, un tentativo di trovare un accordo viene svolto da ogni avvocato divorzista che si rispetti.

Non c’è dubbio, infatti, che la separazione consensuale porti ad entrambi i coniugi una serie di vantaggi che è difficile ignorare.

Per questo motivo, nella pratica, anche buona parte delle separazioni giudiziali termina alla prima udienza, trasformandosi in una separazione consensuale, grazie all’intervento, spesso decisivo del Giudice.

Separazione consensuale e giudiziale sono due procedure distinte per attivare il Tribunale e ottenere una separazione legale.

La prima troverà entrambi i coniugi concordi nel chiedere al Tribunale di aderire alle decisioni che concordemente essi hanno preso per regolamentare i propri rapporti dopo la separazione, mentre nella seconda ognuno dei due coniugi proporrà al Giudice le proprie domande e contrasterà in giudizio quelle dell’altro.

Per questa ragione, separazione consensuale e giudiziale hanno iter e tempi diversi: l’iter giudiziario della prima è snello e rapido, mentre l’iter giudiziario della seconda è indubbiamente più complesso e prolungato nel tempo.

Anche i costi delle due procedure sono diversi ed ovviamente la separazione giudiziale sarà più costosa di una separazione consensuale.

Se si aggiunge che, trovando un accordo per le condizioni della separazione, i coniugi possono regolare in un unico atto anche i propri rapporti patrimoniali, giovandosi della totale esenzione fiscale per i trasferimenti immobiliari, non v’è dubbio che, salvo in rari ed ormai sempre più eccezionali casi, la separazione consensuale sia da preferire alla separazione giudiziale.

Per maggiori informazioni sulla differenza tra “separazione consensuale e giudiziale”, clicca qui

Avv. Elena Angela Sestini

Avvocato Elena Angela Sestini Linkedin

Tempo di lettura: 2 minuti

separazione consensualeLa separazione consensuale spesso è la via più rapida per lasciarsi alle spalle la crisi matrimoniale e ricominciare una nuova vita.

Ma se è così, perché tanti coniugi optano ancora per la separazione giudiziale?

La spiegazione è presto detta: la separazione consensuale ha come presupposto necessario che in coniugi trovino un accordo per regolamentare la propria vita da separati.

Nel ricorso che verrà presentato al Tribunale competente, infatti, i coniugi dovranno indicare come intendono regolamentare l’affidamento condiviso e il mantenimento dei figli minori, le modalità di visita dei figli da parte del genitore non collocatario e l’eventuale assegnazione della casa coniugale, oltre, ove previsto, il mantenimento personale per il coniuge economicamente più debole.

Con la separazione consensuale è inoltre possibile definire anche i rapporti patrimoniali tra i coniugi agevolandosi dell’esenzione fiscale.

Ogni trasferimento immobiliare, deciso dai coniugi nelle condizioni del ricorso, infatti, gode di una totale esenzione fiscale.

La parte più delicata della separazione consensuale è dunque proprio la trattativa volta a definire le condizioni della separazione.

Se i coniugi, tuttavia, non riescono a trovare un accordo sulle condizioni essenziali della separazione, non sarà possibile depositare un ricorso consensuale ed entrambi i coniugi dovranno esporre le proprie rispettive richieste al Tribunale nell’ambito di una separazione giudiziale.

Ma basta l’accordo dei coniugi a dare efficacia alla separazione?

In realtà l’accordo dei coniugi è solamente il presupposto per la separazione consensuale; presupposto essenziale ma non sufficiente.

Affinché i coniugi possa dirsi legalmente separati, infatti è necessario che le condizioni della separazione riportate nel ricorso per separazione consensuale siano omologate dal Tribunale competente.

L’omologa della separazione da parte del Tribunale, non è tuttavia una mera formalità, se i coniugi hanno dei figli minori.

Il Tribunale, infatti, in questa fase è chiamato a tutelare proprio i figli minori, valutando che le modalità decise dai coniugi per regolamentare l’affidamento condiviso ed il mantenimento dei figli, sia congruo alle esigenze dei minori.

Anche per questo motivo, oltre che per verificare la bontà di accordi che, presi in questa fase, saranno vincolanti per i coniugi, è importante avvalersi della consulenza e dell’assistenza di un avvocato divorzista, che consenta agli interessati di comprendere pienamente quali sono i propri diritti ed i propri doveri.

Avv. Elena Angela Sestini

Avvocato Elena Angela Sestini Linkedin

Tempo di lettura: 3 minuti

separazione dei beniLa separazione dei beni: una scelta di modernità?

La scelta della separazione dei beni, a dispetto della comunione dei beni, spesso è una scelta fatta per partito preso.

Dal 1975 il regime patrimoniale “legale” – quello cioè che si applica ai coniugi in difetto di una scelta diversa – è quello della comunione dei beni.

Eppure negli ultimi 20 anni la stragrande maggioranza degli sposi ha scelto la separazione dei beni.

La scelta dei coniugi, tuttavia, non sempre è davvero consapevole e la separazione dei beni spesso viene adottata senza che vi sia alla base una vera riflessione.

La comunione dei beni è vista come antiquata e non più consona a regolamentare i rapporti patrimoniali dei coniugi nella società attuale.

E allora la separazione dei beni è quasi una scelta obbligata: una scelta di modernità.

In quest’ottica ci si stupisce quasi che nel 1975, in occasione dell’epocale riforma del diritto di famiglia, sia stata scelta la comunione dei beni, come regime patrimoniale “legale”.

Eppure quella scelta, allora, fu sì una scelta di modernità, fatta proprio per garantire l’equilibrio patrimoniale tra i coniugi e la comunione dei beni divenne la scelta di tante famiglie.

Dal 1975 ad oggi, però, la società è cambiata ancora ed in modo sostanziale.

Probabilmente oggi la scelta della separazione dei beni è spesso davvero la scelta migliore.

In molti casi, tuttavia, la scelta della separazione dei beni rischia di avvantaggiare uno dei due coniugi a discapito dell’altro.

Quando è corretto scegliere la separazione dei beni?

La separazione dei beni, infatti, è certamente una scelta adeguata quando entrambi i coniugi hanno un reddito pressoché analogo, ma potrebbe non essere la scelta più corretta se i coniugi decidessero di favorire la carriera di uno dei due a scapito di quella dell’altro, il quale, facilmente si troverà ad occuparsi della famiglia.

Quando uno dei due coniugi si trova ad avere un talento particolare (artistico, sportivo, professionale o imprenditoriale che sia), ovvero ad avere maggiori opportunità in ragione di un curriculum scolastico/accademico più promettente, la scelta di privilegiarne la carriera è spesso una scelta opportuna, ma, altrettanto spesso comporta il sacrificio della carriera dell’altro coniuge.

A prescindere che questi riesca comunque a mantenersi un lavoro, spesso e volentieri privilegerà la famiglia alla carriera, per consentire all’altro di dedicarvisi con tutto se stesso.

In tal caso, è giusto che entrambi i coniugi, dopo aver fatto i sacrifici necessari per arrivare al successo, possano poi beneficiare dei frutti di tale scelta.

E finché il matrimonio regge, normalmente così è, indipendentemente dal fatto che i coniugi abbiano scelto la comunione o la separazione dei beni.

Se la separazione dei beni non era la scelta più equa, spesso tutti i nodi vengono al pettine in caso di divorzio.

Il coniuge economicamente più debole, infatti, dopo aver sacrificato la propria carriera per favorire quella più promettente dell’altro, si potrebbe trovare, al momento del divorzio, a non poter in alcun modo godere i frutti del proprio sacrificio, per aver scelto con leggerezza il regime della separazione dei beni.

Ciò accade se, nel corso del matrimonio, i coniugi non hanno pensato di suddividersi equamente i frutti del reddito proveniente dal coniuge economicamente più forte.

Nulla vieta, infatti, che i coniugi scelgano il regime della separazione dei beni e poi, nel corso del matrimonio, si distribuiscano equamente il patrimonio acquistato grazie al reddito del coniuge economicamente più forte, per esempio acquistandosi un immobile a testa o cointestandosi portafogli titoli.

Ma se non è così, il coniuge economicamente più debole potrebbe rimpiangere le scelte fatte.

Finché l’assegno di mantenimento al coniuge più debole veniva dispensato dal giudice del divorzio sulla base del tenore di vita goduto durante il matrimonio, il regime patrimoniale adottato diveniva pressoché ininfluente; ma oggi non è più così.

In virtù del nuovo orientamento della Corte di Cassazione in ordine ai criteri per l’assegnazione dell’assegno divorzile (v. “Assegno divorzile: nuovi criteri per il mantenimento all’ex coniuge” e “Assegno di mantenimento all’ex-coniuge: la moglie di Pirlo contro la Cassazione“), in futuro sarà sempre più importante che la scelta della separazione dei beni, piuttosto che della comunione, sia effettuata dai coniugi in modo consapevole, meglio ancora se con la consulenza di un avvocato divorzista.

Eppure spesso la separazione dei beni viene scelta, in assoluta buona fede, proprio quando uno dei due coniugi intraprende un’attività in proprio, per evitare di far ricadere anche sull’altro coniuge le conseguenze di un eventuale fallimento imprenditoriale.

In tali casi, tuttavia, un’adeguata consulenza potrà consentire ai coniugi di salvaguardare il proprio patrimonio, indipendentemente dalla scelta del regime patrimoniale.

Sebbene in Italia siano ancora lontani i patti pre-matrimoniali, infatti, una consulenza legale in vista del matrimonio può consentire ai coniugi di accordarsi sia sul regime patrimoniale migliore, sia sulla possibilità di modificarlo in seguito, a seconda dell’evoluzione, sia sulle scelte economiche e finanziarie più opportune per tutelare il proprio patrimonio sotto ogni profilo.

Rinviamo al prossimo post la spiegazione delle differenze tra la separazione dei beni e la comunione dei beni.

 

 

Tempo di lettura: 4 minuti

separarsi senza rovinarsiSepararsi senza rovinarsi è l’unico modo per lasciarsi davvero alle spalle le sofferenze che hanno minato il matrimonio e trasformare un momento difficile in un’occasione per cambiare in meglio la propria vita.

La separazione costituisce, infatti, senza dubbio un momento doloroso sia per entrambi i coniugi, sia per i propri figli.

Raramente si considera tuttavia che la separazione dei coniugi che hanno avuto figli nel corso del matrimonio, spesso coinvolge ben tre famiglie.

Oltre alla famiglia che i coniugi hanno creato, infatti, rimangono inevitabilmente coinvolte nelle vicende della separazione, anche le famiglie d’origine di ciascun coniuge.

E’ certamente vero che i primi a soffrire della separazione dei genitori sono i figli, ma è altrettanto vero che i loro nonni, gli zii, i cugini, che costituiscono la prima cerchia sociale , subiscono, anch’essi, gli effetti della separazione.

Spesso le famiglie d’origine dei coniugi separati che si trovano a dover subire le loro decisioni, ne alimentandone poi i sensi di colpa.

Talvolta, tuttavia, sono proprio le famiglie d’origine a condizionare le decisioni dei coniugi e, nelle ipotesi peggiori, a fomentare vere e proprie faide familiari, che trovano immancabile sfogo nei bambini.

Altre volte la separazione finisce per travolgere anche le relazioni amicali e sociali che la famiglia ha creato nel corso del matrimonio.

In questi casi la separazione rischia di trasformarsi in una vera e propria tragedia, anche qualora i coniugi dovessero optare per una separazione consensuale.

Ma come fare, dunque, per separarsi senza rovinarsi?

I primi a dover comprendere che il matrimonio si fa e si disfa in due sono proprio i coniugi.

Da tale consapevolezza discende innanzitutto la capacità di accettare i cambiamenti che inevitabilmente la separazione comporta e di favorire l’accettazione serena della nuova condizione anche da parte dei figli.

Sono infatti proprio i rancori e le recriminazioni dei coniugi a trascinare con sé anche i figli ed i famigliari in un vortice negativo che, una volta innescato, si autoalimenta.

Accettare che il matrimonio è stata un’esperienza che volge al termine, senza cercare colpe e colpevoli, è il primo passo per separarsi senza rovinarsi.

Ciò significa evidentemente avere la capacità di chiudere un capitolo della propria vita senza leggerlo come un fallimento, senza giudicare i protagonisti e senza, quindi, mantenere accesi gli stessi sentimenti e le medesime dinamiche che hanno portato i coniugi alla separazione.

Che senso ha separarsi se poi si continua a riproporre all’altro le stesse recriminazioni, le stesse dinamiche tenute durante il matrimonio?

Replicare i sentimenti e le sofferenze che hanno portato alla fine del matrimonio anche dopo la separazione, significa opporsi al cambiamento che inevitabilmente la separazione richiede e continuare a farsi travolgere dal medesimo vortice negativo, senza riuscire a dare una svolta positiva alla propria vita.

Ecco i 5 comportamenti da evitare per separarsi senza rovinarsi?

Coinvolgere i figli nei litigi o, peggio ancora, usarli come messaggeri per l’altro genitore.

I figli hanno diritto di essere mantenuti indenni dalle recriminazioni reciproche dei genitori, di non essere chiamati a scegliere tra i due genitori e di non doverne giudicare i comportamenti.

Anche per questo motivo è assolutamente deleterio renderli ambasciatori di messaggi per l’altro genitore.

Senza considerare che nell’età della pre-adolescenza potrebbero imparare ad usare a proprio vantaggio i difetti di comunicazione tra i genitori, giocando proprio sulle loro discordanze e sulle loro incomprensioni.

2° Avanzare pretese economiche irragionevoli o sottrarsi all’obbligo del mantenimento.

Spesso sono proprio le diatribe economiche a rendere cruenta una separazione e ad impedire ad entrambi i coniugi di mantenere rapporti sereni a tutto vantaggio di sé stessi, dei figli ed anche dei nuovi compagni.

Se, da un lato, il coniuge che ha diritto ad un mantenimento (per sé e/o per i figli) e che conosce le disponibilità dell’altro genitore, mantiene le proprie richieste ad un livello di ragionevolezza e, dall’altro, il coniuge che è tenuto a contribuire rispetta il diritto dell’altro pagando puntualmente, ne giovano sia i figli che i genitori.

3° Rendere difficoltosa o macchinosa la comunicazione con l’altro genitore.

Pretendere che la comunicazione avvenga solo per iscritto, magari via e-mail o, peggio ancora, solo tramite avvocato, inficia la comunicazione stessa, rendendola macchinosa e fomentando le incomprensioni ed i motivi di recriminazione, che si ripercuotono inevitabilmente sulla serenità dei bambini.

4° Intralciare la frequentazione dei figli con l’altro genitore e con il relativo ramo parentale.

I figli hanno diritto di mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i rispettivi rami parentali e spesso i nonni (ma anche gli zii ed i cugini) giocano un ruolo importante nella loro crescita.

Privare i bambini dei propri affetti significa inficiarne lo sviluppo psico-fisico ed aggiungere dolore a dolore.

5° Coinvolgere i parenti nel conflitto coniugale.

Coinvolgere i propri familiari nei problemi coniugali, magari anche solo per ottenere appoggio e conforto, significa autorizzare altre persone ad intromettersi nel rapporto coniugale e fomentare il risentimento nei confronti dell’altro.

Tale comportamento, oltre a non favorire la distensione dei rapporti, spesso finisce per coinvolgere anche i bambini, che talvolta si sentono in dover difendere un genitore davanti ai parenti dell’altro e talaltra, invece, assorbono le convinzioni negative distaccandosi dal genitore vituperato.

Il dialogo tra i coniugi favorisce una separazione serena.

Quelli analizzati sono solo alcuni suggerimenti per evitare che la separazione diventi un calvario, sia per genitori e figli, che per le rispettive famiglie, ma certamente un avvocato divorzista, esperto in diritto di famiglia, può indubbiamente aiutare i coniugi a separarsi serenamente.

Certamente la separazione diventa più facile e più serena per tutti se i coniugi sono in grado di parlarsi e di superare le proprie divergenze con un occhio di riguardo al bene dei propri figli.

Si dice spesso che la felicità dei figli è la gioia dei genitori.

Se i genitori se lo ricordassero quando si separano, davvero potrebbero vivere la separazione come un momento catartico e trasformarlo in un trampolino di lancio per dare una svolta alla propria vita.

Solo accettando il cambiamento e lasciandosi il passato alle spalle è possibile separarsi senza rovinarsi e godersi l’arcobaleno dopo la tempesta.

Tempo di lettura: 3 minuti

assegno di mantenimento all'ex coniugeLa Corte di Cassazione ha recentemente rivoluzionato i criteri per la concessione dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, con la notissima sentenza di cui già ci siamo occupati.

Il nuovo orientamento, pur adeguando il diritto ad una società che cambia, non ha mancato di suscitare clamore.

E così mogli illustri hanno invitato i Giudici a considerare le differenze dei singoli casi e mariti altrettanto illustri hanno espresso la propria soddisfazione.

Anche noi abbiamo quindi affrontato l’argomento, esaminando i diversi risvolti della decisione della Corte.

Ricapitoliamo dunque che cosa è cambiato dopo la sentenza della Corte di Cassazione:

  1. si è abbandonato il vecchio principio del “tenore di vita goduto durante il matrimonio, usato in precedenza per determinare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge;
  2. d’ora innanzi si applica il principio dell’autosufficienza economica: se il coniuge è in grado di mantenersi da solo non ha diritto ad alcun assegno di mantenimento;
  3. il Giudice deve calcolare l’importo dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge sulla base delle condizioni economiche dei coniugi e dei rispettivi patrimoni, della durata del matrimonio, delle ragioni del divorzio e del contributo reso dai coniugi alla formazione del patrimonio personale di ciascuno di essi.

Dettati i principi, quindi, sono ora i Tribunali a doverli applicare nei singoli casi.

Saranno infatti i Tribunali che decidono le cause di divorzio ad influire sulla vita degli ex coniugi divorziati.

I Giudici di merito come applicano i nuovi criteri per la determinazione dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge?

Tra le diverse sentenze spiccano per autorevolezza quelle del Tribunale di Milano.

I Giudici milanesi hanno subito recepito i nuovi criteri per la determinazione dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge.

Il Tribunale di Milano ha infatti negato l’assegno divorzile ad un’ex moglie che guadagnava poco più di 1.000 Euro al mese.

Il Giudice milanese ha infatti ritenuto”adeguato” il reddito della signora a garantirle l’autosufficienza, anche in ragione del contesto sociale in cui viveva.

Il medesimo Tribunale di Milano ha poi concesso l’assegno divorzile ad una ex moglie che non aveva più lavorato dopo la nascita dei figli e che difficilmente avrebbe potuto inserirsi nel mondo del lavoro a 54 anni, dopo il divorzio.

E fin qui, la decisione è perfettamente in linea sia con i criteri dettati dalla Corte di Cassazione, sia con le precedenti sentenze dello stesso Tribunale di Milano.

A fare scalpore è tuttavia la determinazione dell’importo dell’assegno di mantenimento stabilito in quest’ultimo caso dal Tribunale di Milano.

I Giudici meneghini hanno infatti determinato l’assegno di mantenimento per l’ex moglie in 2.500 Euro mensili, confermando l’importo già previsto dal Giudice della separazione.

A ben vedere, tuttavia, la decisione del Tribunale di Milano sembra ancora una volta corretta e ben argomentata.

Il Tribunale di Milano, per determinare l’importo dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, ha considerato gli elementi indicati dalla legge, valutando quanto segue:

  • l’assegno di mantenimento è soggetto a tassazione per lei (lordo), mentre il marito lo porta in deduzione dalle tasse;

  • l’ex moglie non aveva altri redditi propri;
  • la moglie si era dedicata alla famiglia per ben 22 anni, fornendo il proprio apporto personale alla conduzione famigliare;
  • la rilevante capacità reddituale e patrimoniale del marito.

Il cambio di rotta è tuttavia ancora troppo recente perché ci sia uniformità di giudizi.

Il Tribunale di Roma, infatti, ha deciso in modo opposto rispetto al Tribunale di Milano.

Il Giudice romano ha respinto la domanda di assegno divorzile presentata da una ex moglie, sostenendo che spettasse a lei dimostrare di essere impossibilitata a trovarsi un’occupazione idonea a mantenersi.

Per comprendere il perché di questo variopinto panorama di sentenze, si deve considerare che la Corte di Cassazione ha abbandonato una strada – quella del “tenore di vita”- percorsa per quasi trent’anni.

E’ quindi naturale che le pronunce dei Tribunali, nella prima fase di applicazione dei nuovi principi, siano piuttosto variegate e magari anche in parte contrastanti l’una con l’altra.

Sulla base di queste considerazioni la Corte d’Appello di Genova ha precisato che l’applicazione del nuovo parametro dell’autosufficienza economica dovrà essere effettuata con equità.

Secondo la Corte d’Appello di Genova, dunque, bisognerà valutare caso per caso se integrare con un assegno di mantenimento il reddito di chi ne faccia richiesta.

Nel caso trattato i Giudici hanno confermato nella sentenza di divorzio lo stesso assegno di mantenimento già deciso nella sentenza di separazione dei coniugi.

Detto assegno infatti serviva a mantenere “un certo decoro, richiesto dagli ambienti dalla stessa frequentati, che il suo solo stipendio non sarebbe in grado di assicurare“.

Come sempre saranno dunque i Giudici a dover valutare caso per caso.

Ogni generalizzazione può essere pericolosa, soprattutto in una materia delicata come è il diritto di famiglia.

E’ quindi sempre opportuno rivolgersi ad un avvocato divorzista per poter avere un quadro completo dei propri diritti e doveri.

 

 

 

Tempo di lettura: 2 minuti

I figli adolescenti spesso vivono la separazione dei genitori in modo attivo e partecipe.

ascolto del minore

I figli adolescenti hanno diritto di essere sentiti dal Giudice della separazione dei loro genitori.

E il Giudice della separazione ha un corrispondente dovere di ascoltare il minore ultra dodicenne in caso di disaccordo dei genitori in merito alle questioni che lo riguardano.

La residenza del figlio adolescente o preadolescente è una cosa che lo riguarda da vicino e sulla quale egli ha quindi il diritto riconosciuto di dire la sua.

Ciò non significa che siano i figli adolescenti a decidere del proprio futuro.

Spesso tuttavia i ragazzi diventano, loro malgrado, protagonisti della separazione dei genitori.

Talvolta sono addirittura i ragazzi a tirarne le fila, schierandosi senza mezzi termini per uno dei due genitori, magari attribuendo all’altro genitore ogni responsabilità dello sfascio della famiglia.

Altre volte sono letteralmente tirati per la giacchetta da entrambi i genitori, ciascuno allo scopo di avere il figlio dalla propria parte e vincere la partita nei confronti dell’altro.

In una separazione in cui i figli adolescenti sono chiamati in Tribunale, nessuno dei protagonisti vince, perdono tutti!

Perde chi pretende di costringere un figlio a schierarsi dalla propria parte (che lo ottenga o meno).

Ma perde anche chi alza le mani di fronte a questo comportamento e rinuncia a lottare.

Perde il figlio adolescente, che penserà di aver contribuito alla decisione del Giudice, che ne sia contento o meno.

E perde il ragazzo che porterà sempre con sé il dolore ed il senso di colpa di aver contribuito a dare il colpo di grazia ad uno dei propri genitori in un momento di debolezza.

Perde anche il figlio che non intenda schierarsi, perché uno dei suoi genitori (o magari entrambi) glielo rinfaccerà.

Certamente perde la persona.

Dietro al ruolo famigliare (padre, madre o figlio che sia), infatti, c’è una persona costretta a mettere in piazza, davanti a Giudici, Avvocati e Psicologi, la propria vita, le proprie abitudini, la propria personalità.

Il Giudice della separazione è tenuto a sentire i figli minori che abbiano compiuto i 12 anni, in relazione alle decisioni che li riguardano direttamente.

Ma il Giudice è tenuto a decidere secondo le richieste dei figli adolescenti?

Ovviamente no.

Il fatto che il Giudice debba sentire il minore ultra dodicenne non significa certamente che debba attenersi poi, nella sua decisione, alle preferenze espresse dal ragazzo.

Ovviamente tuttavia, le richieste e le parole dei figli adolescenti avranno un peso e saranno attentamente valutate dal Giudice o, talvolta, da uno psicologo da questi delegato.

Spetterà dunque al Giudice comprendere quanto siano autentiche o imboccate dal genitore le parole del minore.

Sarà sempre il Giudice a dover capire quale sia il bene del ragazzo, indipendentemente dai desideri che egli esprime.

Se lo riterrà opportuno il Giudice deciderà quindi diversamente.

La decisione finale, comunque, sarà sempre presa nell’ottica dell’effettivo interesse del minore.

Ma chissà cosa penserà quel ragazzo, qualunque sarà la decisione del Giudice nella separazione dei suoi genitori?

Anche per tale motivo i genitori devono sempre considerare se la soluzione del compromesso non sia la via migliore per sé e per i figli.

Separarsi senza rovinarsi significa optare per il benessere dei figli, adolescenti o bambini che siano.

La separazione giudiziale, ovvero il contenzioso minorile, talvolta sono inevitabili.

In tali casi è l’avvocato divorzista, esperto in diritto di famiglia, a dover indirizzare la strategia difensiva al fine di minimizzare i costi umani che sarebbero anche i figli a sostenere.

 

Tempo di lettura: 3 minuti

separazione con addebitoL’addebito della separazione è un’eredità della vecchia e discriminatoria separazione per colpa.

L’addebito della separazione ha sostituito la separazione per colpa, resistita nel nostro ordinamento sino agli anni ’70.

Ma in cosa consisteva la separazione per colpa?

Per meglio comprendere le origini dell’attuale addebito della separazione è opportuno un cenno storico.

Il moderno diritto di famiglia, particolarmente innovato negli ultimi dieci anni, è frutto di una prima epocale riforma del 1975.

La riforma fu sollecitata certamente anche dalla legge sul divorzio del 1970.

Basti pensare che prima del 1970, era possibile separarsi solo per colpa di uno dei due coniugi.

La colpa derivava dall’aver messo in atto comportamenti particolarmente gravi: adulterio, abbandono volontario, eccessi, sevizie, minacce o ingiurie gravi, ai danni dell’altro coniuge.

Non era ammessa, tuttavia, l’azione di separazione per adulterio del marito se non quando concorressero gravi circostanze per cui l’adulterio costituisse un’ingiuria grave alla moglie.

Il reato di adulterio, infatti, era previsto solo per punire il comportamento della moglie, mentre l’eventuale adulterio del marito doveva trasformarsi in “concubinato” (ossia in una vera e propria relazione stabile) per costituire reato.

Dopo gli interventi della Corte Costituzionale nel 1968, la legge sul divorzio del 1970 e la riforma del diritto di famiglia del 1975 hanno sancito la parità dei coniugi sotto ogni profilo, materiale e morale.

L’addebito della separazione è quindi frutto di un compromesso storico.

Si è eliminato il concetto di “colpa”, ma si è lasciata la sanzione per il coniuge che ponga in essere comportamenti contrari ai doveri del matrimonio, che costituiscano la causa effettiva della separazione.

Quali sono i presupposti per l’addebito della separazione ad uno dei due coniugi?

Oggi la separazione dei coniugi ha come fondamento ed unico presupposto l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza coniugale.

L’addebito della separazione ad uno dei due coniugi, tuttavia, introduce un altro tipo di accertamento, che il Giudice può effettuare solo su espressa domanda dell’altro coniuge nell’ambito di una separazione giudiziale.

Il primo presupposto perché vi sia l’addebito della separazione è che il coniuge in questione abbia effettivamente posto in essere il comportamento contrario ai doveri del matrimonio imputatogli dall’altro coniuge.

Il secondo presupposto è che tale comportamento abbia costituito la causa dell’intollerabilità della convivenza.

Secondo la giurisprudenza l’infedeltà coniugale può costituire motivo di addebito della separazione se sarà dimostrato che tale infedeltà ha effettivamente causato l’intollerabilità della convivenza.

Se, al contrario, i coniugi mantenevano, già prima dell’infedeltà, una convivenza solo formale  al coniuge infedele non potrà essere addebitata la separazione.

Il matrimonio, in tal caso, infatti, era già compromesso prima del comportamento contrario ai doveri del matrimonio.

Alcuni comportamenti tipicamente contrari ai doveri matrimoniali sono: maltrattamenti e violenze in famiglia; abbandono della casa coniugale e la violazione dell’obbligo di coabitazione; ingiustificato continuo rifiuto di rapporti intimi.

Tali comportamenti, tuttavia, se posti in essere dopo l’avvio della crisi matrimoniale, non sono idonei a fondare una pronuncia di addebito della separazione.

Quali sono le conseguenze dell’addebito della separazione?

Gli effetti dell’addebito della separazione hanno esclusivamente natura patrimoniale.

L’addebito della separazione preclude al coniuge che ne avrebbe avuto diritto di poter avere un assegno di mantenimento per sé a carico dell’altro coniuge.

Qualora, dunque, il coniuge al quale sia addebitata la separazione non avesse comunque diritto ad un assegno di mantenimento da parte dell’altro coniuge, non subirà, finché resterà in vita l’altro coniuge, alcuna conseguenza di natura patrimoniale.

Le altre conseguenze sono infatti di natura successoria.

Il coniuge separato e non ancora divorziato ha, in assenza di addebito della separazione, gli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Il coniuge superstite al quale sia stata addebitata la separazione perde ogni diritto successorio nei confronti del coniuge separato.

Anche tale sanzione ha spesso scarsa rilevanza pratica, considerato che, per effetto della legge che ha introdotto il cosiddetto “divorzio breve“, anche il coniuge separato giudizialmente può chiedere il divorzio trascorso un anno dalla separazione.

E’ dunque opportuno valutare bene, con un avvocato divorzista esperto, se, anche in presenza dei presupposti per ottenere l’addebito della separazione all’altro coniuge, non sia comunque opportuno privilegiare la via della separazione consensuale.

Tempo di lettura: 3 minuti

spese straordinarie per i figliLe spese straordinarie costituiscono sempre più spesso il pomo della discordia dei genitori che vivono separati e devono gestire l’affidamento condiviso dei figli.

I genitori non collocatari (ossia non conviventi con i figli) sanno bene, infatti, che oltre al mantenimento ordinario che mensilmente corrispondono al genitore collocatario, devono fare i conti con le spese straordinarie.

Ma cosa sono in concreto le spese straordinarie?

La risposta a questa domanda elementare in realtà è tutt’altro che semplice o scontata.

La Corte di Cassazione, con un’ordinanza del 17 gennaio 2018, ha ribadito che le spese straordinarie “si identificano in quelle spese che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita della prole“.

Proprio per questa ragione le spese straordinarie non possono essere forfettariamente predeterminate.

Tale definizione, tuttavia, in quanto estremamente generica, non sembra aiutare a comprendere quali spese, concretamente, possano dirsi ricomprese nell’assegno di mantenimento mensile e quali, invece, debbano essere pagate in aggiunta e separatamente.

La necessità di spegnere sul nascere i contenziosi tra genitori ha favorito il proliferare, in molti Tribunali italiani, di cosiddetti “Protocolli”, realizzati con la collaborazione di Giudici e Avvocati esperti in diritto di famiglia.

Tali Protocolli, nati appunto dalla necessità di identificare con chiarezza le spese escluse dal mantenimento ordinario, tuttavia, sono in parte diversi da Tribunale a Tribunale

E così, se una coppia si separa a Brescia o a Milano, ma anche a Firenze o di Taranto, solo per citarne alcuni, applicando i rispettivi Protocolli, la mensa scolastica è correttamente ricompresa nel mantenimento ordinario, in linea anche con quanto espressamente previsto sul punto dalla Corte di Cassazione, mentre se la coppia si separa a Bergamo, il genitore non collocatario, con l’applicazione del Protocollo orobico, dovrà partecipare alla spesa della mensa scolastica in aggiunta al mantenimento ordinario.

A ben vedere nei Protocolli sono spesso ricomprese spese che stridono con la definizione di “spesa straordinaria” già più volte ribadita dai giudici della Suprema Corte.

Le spese per l’acquisto dell’abbonamento dell’autobus, della cancelleria (quaderni, matite, gomme, penne, ecc…) ed, ancor più, della mensa si possono davvero considerare spese che “per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita della prole”?

Se i genitori vanno d’accordo e concordano che tali spese debbano essere ricomprese nell’assegno di mantenimento, applicare il Protocollo del Tribunale è obbligatorio?

Che valore ha il Protocollo del Tribunale?

In verità nulla vieta che, nella costruzione di un accordo per una separazione consensuale, i genitori stabiliscano quali spese siano ricomprese nell’assegno di mantenimento e quali debbano considerarsi escluse e pagate a parte, in totale autonomia e senza aderire al Protocollo del Tribunale, purché le spese ricomprese nell’assegno di mantenimento non rivestano carattere di rilevanza economica, imponderabilità ed imprevedibilità da far ritenere ad un Giudice che non sia opportuno ritenerle ricomprese nel mantenimento ordinario.

E’ infatti il Giudice che, pur prendendo atto degli accordi dei genitori, è tenuto a tutelare i minori e garantire loro la congruità degli accordi assunti tra i genitori.

Il Protocollo è, dunque, semplicemente una convenzione, ma sarà certamente applicato dal Giudice in caso di disaccordo tra le parti.

Altra annosa questione è in relazione a quali spese debbano essere previamente concordate tra i genitori e quali invece possano essere decise autonomamente dal genitore collocatario.

Il genitore non collocatario deve essere preventivamente informato di tutte le spese straordinarie che l’altro genitore affronterà per i figli?

Una delle caratteristiche dei già citati Protocolli è proprio quella di definire quali spese siano da concordare preventivamente per poter essere addebitate anche all’altro genitore e quali invece possano essere decise in autonomia.

E’ evidente che l’affidamento condiviso impone ormai una concertazione ampia tra i genitori e suggerirebbe una separazione serena per il bene dei figli.

Tuttavia non sempre è possibile ed in tal caso gli interessi dei figli non possono essere subordinati ai capricci di un genitore che neghi il proprio assenso a spese economicamente sostenibili e rispondenti all’interesse dei figli, a solo scopo di ripicca o ritorsione.

Per questo motivo, nonostante i Protocolli si adoperino nel distinguere le spese straordinarie tra quelle che richiedono e quelle che non richiedono il preventivo accordo, secondo la Corte di Cassazione “non è necessario che l’esborso sia stato previamente concordato tra i genitori, ma solo che esso risponda al superiore interesse del/i minore/i“.

Come ben si può comprendere, in caso di disaccordo e magari di aperto contrasto tra i genitori, anche concordare le spese straordinarie per i figli spesso non è facile ed ogni questione finisce sul tavolo dell’avvocato divorzista esperto in diritto di famiglia, creando ulteriore motivo di scontro.

Per questa ragione, sebbene diversi Tribunali si siano ormai attrezzati varando Protocolli, in data 29 novembre  il 2017, il Consiglio Nazionale Forense ha pubblicato le proprie “Linee guida per la regolamentazione delle modalità di mantenimento dei figli nelle cause di diritto familiare“, che paiono di grande buon senso ed improntate ad avvicinare il diritto applicato alle sentenze della Corte di Cassazione in materia.

Gli sforzi effettuati dall’Avvocatura nel tentativo di ridurre le ragioni di attrito tra i genitori, sembra comincino a dare i propri frutti e con una maggiore integrazione dei ruoli genitoriali, certamente anche la questione relativa alle spese straordinarie sarà presto risolta a favore della serenità dei figli.

Tempo di lettura: 5 minuti

assegnazione della casa coniugaleA quali condizioni il Giudice provvede all’assegnazione della casa coniugale?

Sull’assegnazione della casa coniugale c’è spesso molta confusione.

Ecco alcune delle domande che più di frequente mi vengono rivolte. Le condizioni economiche dei coniugi influiscono? Le proprietà immobiliari dei coniugi spostano gli equilibri? L’assegnazione della casa coniugale può esserci anche se non ci sono figli? E se i figli sono maggiorenni? E se la casa è dei genitori di uno dei due coniugi? Chi paga le spese relative alla casa dopo l’assegnazione? Si può avere l’assegnazione anche se il coniuge che ne avrebbe diritto è già proprietario della casa? Quando cessa il diritto all’assegnazione? Può essere assegnata la casa anche se la coppia non è sposata? Se la casa coniugale viene venduta dal proprietario prima o dopo l’assegnazione?

Cominciamo quindi a fare chiarezza.

L’assegnazione della casa coniugale non costituisce un modo per riequilibrare la situazione economica trai i coniugi, bensì una tutela per i figli della coppia in crisi.

Il Giudice, dunque, non può dar luogo all’assegnazione della casa coniugale al solo fine di aiutare il coniuge economicamente più debole.

Allo stesso modo il Giudice non può rifiutare l’assegnazione della casa coniugale perché il coniuge che ne avrebbe diritto ha altri immobili di proprietà.

L’assegnazione della casa coniugale ha lo scopo di tutelare il superiore interesse dei figli.

L’assegnazione della casa coniugale, infatti, viene effettuata dal Giudice solo ed esclusivamente quando il genitore che non ne è proprietario, o lo è solo in parte, continuerà a convivervi con i figli.

Con il provvedimento di assegnazione della casa coniugale il Giudice “comprime” il diritto di proprietà del genitore che ne è proprietario.

Prevale infatti il superiore diritto dei figli di continuare a vivere nel medesimo ambiente in cui sono cresciuti quando la famiglia era unita.

Non si avrà quindi assegnazione della casa coniugale in assenza di figli.

In tal caso, inoltre le questioni relative alle comproprietà dei coniugi, in difetto di un accordo, dovranno essere decise in un giudizio diverso rispetto a quello della separazione.

Cosa accade alla proprietà della casa coniugale di un coniuge dopo l’assegnazione all’altro coniuge?

La proprietà della casa coniugale rimane intatta in capo agli originali intestatari anche dopo l’assegnazione.

Ciò significa che, ove la casa coniugale sia stata acquistata con l’accensione di un mutuo bancario, il coniuge proprietario dovrà continuare a pagare le rate del mutuo, indipendentemente dal fatto che non possa godere dell’immobile.

Allo stesso modo, alla proprietà seguiranno le relative tasse e le spese di manutenzione straordinaria.

Ogni spesa relativa alla gestione ordinaria dell’immobile, nonché le spese per le utenze, invece, saranno a carico del coniuge assegnatario.

Come si fa a capire a quale genitore debba essere assegnata la casa coniugale?

La risposta a questa domanda è la diretta conseguenza di un’altra domanda.

Con chi vivranno i figli dopo la separazione dei genitori?

Con la legge sull’affidamento condiviso, nelle separazioni si prevede che i figli siano prevalentemente collocati presso uno dei due genitori.

Il genitore con cui vivranno i figli dopo la separazione, avrà diritto all’assegnazione della casa coniugale.

E’ evidente altresì che se l’immobile è già integralmente di proprietà del genitore che vi rimarrà a vivere con i figli, non vi sarà necessità di effettuare alcuna assegnazione.

In tal caso, infatti, il diritto del genitore di mantenere la propria abitazione nella casa coniugale discende già dal  diritto di proprietà, che è più che sufficiente a garantire che i figli possano continuare a vivervi.

L’assegnazione della casa coniugale viene concessa anche quando i figli sono maggiorenni?

La domanda è tutt’altro che banale, tant’è che mi viene rivolta spesso.

La risposta è sì, ma a condizione che i figli maggiorenni non siano economicamente indipendenti.

Sul punto anche la Suprema Corte di Cassazione ha rinnovato anche di recente la propria posizione in tal senso, sebbene, a mio avviso, cambi la ragione che è sottesa a tale decisione.

Se infatti l’assegnazione della casa coniugale al genitore di figli minori ha lo scopo di tutelare il diritto del minore a continuare a vivere nell’ambiente in cui è cresciuto, l’assegnazione della casa coniugale al genitore che ha figli ormai maggiorenni, non può rispondere più a tale logica, bensì ad una logica di contribuzione al mantenimento del figlio maggiorenne.

Tanto ciò è vero che il diritto all’assegnazione della casa cessa quando i figli maggiorenni divengono economicamente indipendenti, a prescindere che vi continuino a vivere per mera comodità.

Può essere assegnata la casa coniugale di proprietà di un terzo?

La risposta a tale domanda è certamente positiva.

Il caso che più frequentemente ha impegnato i Tribunali italiani è il seguente: la casa coniugale è concessa in comodato d’uso gratuito alla coppia dal genitore o da un parente di uno dei due coniugi.

Il problema normalmente non si pone quando la casa appartiene ad un parente del coniuge al quale dovrebbe essere assegnata al momento della separazione.

Al contrario, quando la casa è di proprietà del parente del coniuge che, dopo la separazione dovrà lasciarla, iniziano i problemi.

Il proprietario della casa, infatti, in tali casi vorrebbe rientrare in possesso del suo immobile.

Tuttavia, se al comodato non era stato apposto un termine di durata, il coniuge che vivrà con i figli avrà diritto di chiederne l’assegnazione.

Nella realtà dei fatti, spesso il comodato non solo non prevede un termine di durata, ma neppure viene regolamentato per iscritto.

In tali casi, pertanto, la casa coniugale, anche se di proprietà di un terzo estraneo alla coppia, sarà assegnata al genitore che vi vivrà con i figli ed il proprietario non potrà che attendere che questi si rendano economicamente indipendenti.

Se il proprietario della casa la vende a terzi può evitare o superare l’assegnazione?

L’assegnazione della casa coniugale può essere trascritta nei registri immobiliari, affinché anche eventuali terze persone interessate all’acquisto dell’immobile possano averne conoscenza prima di procedere ad acquisto che sarebbe poco redditizio.

Acquistando un’immobile che sia già stato oggetto di assegnazione come casa coniugale, infatti, significa non poterne godere, né poterlo far fruttare.

L’eventuale acquirente dell’immobile assegnato, infatti, dovrebbe rispettare il diritto derivante dall’assegnazione della casa coniugale.

Ciò non toglie che la proprietà può comunque essere trasferita ma tale trasferimento non potrà pregiudicare il diritto dei figli e del coniuge assegnatario.

L’assegnazione della casa coniugale può essere fatta anche se la coppia in crisi che ha avuto figli non si è mai sposata?

Certamente sì! La casa in cui ha vissuto la famiglia sino a quando è rimasta unita, in tal caso, viene definita “casa familiare”, ma la sostanza non cambia.

Tutte le questioni già trattate per la casa coniugale, infatti, si applicano pari pari anche alla casa familiare.

L’assegnazione della casa coniugale, o della casa familiare, come è facile comprendere, può avere risvolti patrimoniali ed economici molto significativi.

Prima di adibire un immobile a casa coniugale o familiare, dunque, è opportuno fare il quadro completo delle possibili conseguenze che tale utilizzo potrebbe comportare nel caso la coppia su cui si fonda la famiglia dovesse entrare in crisi.

Così come sarà opportuno fare le opportune valutazioni prima di decidere quale dei due coniugi dovrà acquistare la casa coniugale o se acquistarla insieme.

Anche solo prima di concedere in comodato d’uso gratuito il proprio immobile ad un figlio (ma anche a terzi), affinché possa magari iniziare a convivere con la sua ragazza e poi crearsi una famiglia, sarà opportuno rivolgersi ad un avvocato esperto in diritto di famiglia in modo da tutelare la proprietà che si concede in comodato ed anche la persona che si vorrebbe favorire.

 

Tempo di lettura: 3 minuti

Festa della donnaOggi è il giorno della festa della donna.

Nel giorno della festa della donna, da donna avvocato, mi sento di condividere alcune riflessioni.

Una donna può essere mamma, moglie, compagna, amica  e anche professionista, manager, imprenditrice.

Tutto ciò senza smettere di essere donna.

Esattamente come accade agli uomini.

Le donne sono certamente diverse dagli uomini, ma non migliori o peggiori, non superiori o inferiori.

Gli esseri umani, uomini o donne che siano, prima SONO e poi FANNO.

Non deve quindi più accadere che un uomo possa impedire ad una donna di fare il lavoro che desidera o di ricoprire il ruolo per il quale si sente portata.

Allo stesso modo, tuttavia, non deve accadere il contrario.

Una mamma non è un genitore migliore di un papà.

E’ solo un genitore diverso.

Nel momento in cui, da donna, esigo rispetto per i diversi ruoli che ho scelto di ricoprire, mi sento in dovere di rispettare chi, da uomo, fa la medesima scelta.

Io posso scegliere di fare l’avvocato, senza per questo smettere di essere donna e di essere moglie e mamma.

Allo stesso modo un uomo deve poter scegliere di fare il papà, senza per questo dover smettere di essere uomo, marito o manager, professionista o imprenditore.

Il giorno della festa della donna è un giorno che ci ricorda quanto possano essere falsi e limitanti gli stereotipi e quanto sia importante scardinare la gabbia del pregiudizio.

La vera conquista vi sarà quando ogni essere umano potrà davvero realizzare le proprie aspirazioni, senza distinzioni di sesso.

Grazie anche alle battaglie femministe del secolo scorso ed ai progressi recepiti dal diritto, una donna manager, professionista, imprenditrice o calciatrice oggi ha certamente più chance di realizzarsi e fare carriera.

La festa della donna è una festa della parità dei sessi, anche a vantaggio degli uomini nell’ambito della famiglia.

Così come il mondo del lavoro non deve in nessun ambito ed in nessun ruolo essere precluso alle donne, allo stesso modo la famiglia non può e non deve essere appannaggio esclusivo della donna.

Un uomo che sacrifica le proprie ambizioni di carriera per la famiglia e per i figli oggi fa ancora parte di una minoranza.

Non per questo, tuttavia, a quell’uomo deve essere precluso il riconoscimento del proprio ruolo di padre.

Esattamente come una donna manager in un settore tipicamente maschile ha diritto di veder riconosciuti i propri meriti e di fare carriera con le medesime chance di un uomo.

Ancora oggi, invece, il ruolo paterno fatica ad essere riconosciuto all’interno della famiglia e le separazioni diventano occasione di battaglia per garantire la parità dei diritti genitoriali.

Il giorno della festa della donna, dunque, io rendo omaggio alla vera parità dei sessi o meglio, all’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani.

Trovo difficile che le donne possano davvero ottenere il riconoscimento della parità rispetto agli uomini nei settori tradizionalmente ritenuti maschili se, a propria volta, non sono disposte a riconoscere la parità degli uomini nei settori tradizionalmente ritenuti femminili.

Una donna a capo di un’azienda è una conquista della parità dei sessi, quanto lo è un padre al quale viene riconosciuto il ruolo di genitore di riferimento nell’ambito della famiglia.

E’ solo una questione di vocazione, non certo di sesso.

Gli uomini hanno ancora un po’ di strada da fare verso la parità dei sessi in famiglia.

Se, tuttavia, il movimento per i diritti delle donne ha radici ormai antiche ed ha ottenuto importanti vittorie sul campo, il movimento per i diritti degli uomini all’interno della famiglia è ancora molto giovane.

Sono certa che il riconoscimento dei diritti degli uomini nell’ambito della famiglia sia uno scatto di civiltà, anche a favore delle donne.

Rendere gli esseri umani liberi dagli stereotipi e lasciare che possano inseguire i propri sogni, indipendentemente da ogni differenza, è uno scatto di civiltà.

La differenza è un valore ed un’opportunità. Un plus, non un minus.

A chi mi chiede perché mi propongo spesso, come avvocato divorzista, di assistere gli uomini, quindi, rispondo che in questo modo, in realtà, io difendo anche le donne.