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DDL PillonIl Senatore Pillon, nel corso della 22^ seduta della Commissione di Giustizia del Senato del 10 settembre 2018, ha illustrato alla Commissione il disegno di legge (DDL 735) che porta il suo nome in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità.

L’affidamento condiviso ed il principio della bigenitorialità sono stati introdotti con la riforma del diritto di famiglia del 2006.

E allora perché il DDL Pillon ha mosso le piazze e fatto gridare allo scandalo?

“Assurda proposta maschilista” è stato definito il DDL Pillon da un’importante testata giornalistica.

Cosa modifica il DDL Pillon e perché tante critiche?

Nella relazione che accompagna il DDL il Senatore Pillon spiega chiaramente le ragioni e le finalità (la ratio, per i giuristi) della riforma.

I criteri della normativa sono quattro:

  • a) mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni;
  • b) equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari;
  • c) mantenimento in forma diretta senza automatismi;
  • d) contrasto dell’alienazione genitoriale.

Ma vediamo nel dettaglio ogni singolo punto.

A. DDL Pillon: la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni

Il DDL Pillon vuole dare esecuzione alla Risoluzione europea UE 2079/2015 che prevede l’adozione di modifiche legislative volte a rimettere al centro del diritto di famiglia proprio la famiglia e i genitori.

Lo scopo è restituire ai genitori il diritto di decidere sul futuro dei loro figli in ogni occasione possibile, anche con l’aiuto di un mediatore familiare o di un coordinatore genitoriale che li aiuti a risolvere i conflitti e a mantenere un canale comunicativo nel superiore interesse del minore, lasciando al giudice un ruolo veramente marginale.

I primi 5 articoli del DDL Pillon, dunque, introducono, nel diritto di famiglia, procedure di Alternative Dispute Resolution (conciliazione, mediazione familiare e coordinazione genitoriale).

Ho letto aspre critiche sull’introduzione della mediazione obbligatoria nel diritto di famiglia ed io stessa sono, per estrazione, più orientata all’accesso diretto alla giustizia.

Mi rendo conto, tuttavia, che il Giudice, per mandato di legge, giudica.

Il giudice non ha, né tempo, né mezzi per ascoltare le ragioni dei genitori ed aiutarli a conciliare le proprie esigenze e quelle dei minori.

Peraltro, nella maggior parte dei casi, proprio la necessità di fornire prove al Giudice e portare acqua al proprio mulino, induce i genitori a scelte aberranti e certamente dannose per i figli.

Le cause per separazione giudiziale sono costellate di false o irrilevanti accuse su episodi specifici, spesso create ad arte proprio per fornire  al Giudice prove dell’incompetenza, inaffidabilità, incapacità dell’altro genitore.

Pratiche deplorevoli che certamente non aiutano la comunicazione tra i genitori e non favoriscono i figli.

Forse è venuto il momento di mettere fine a tali inutili diatribe ed insegnare ai genitori che si separano che al loro Ego e all’immancabile desiderio di rivalsa devono anteporre i figli.

Per quale motivo, dunque, un giudice dovrebbe essere un mediatore migliore di un mediatore professionista, psicologo o avvocato che sia?

Il DDL Pillon garantisce la costituzione di un albo dei mediatori familiari e definisce la figura del coordinatore genitoriale.

Superando quindi l’opposizione di principio ad ogni novità, notiamo che il DDL Pillon dettaglia requisiti, doveri e compiti dei nuovi professionisti della famiglia, precisando anche il ruolo degli avvocati nell’ambito delle relative procedure.

A chi ritiene che la mediazione obbligatoria ritarderà l’accesso alla giustizia, rammento che i tempi con cui i Tribunali fissano la prima udienza nelle cause per separazione o divorzio giudiziale, o per l’affidamento dei figli nati da genitori non sposati sono oggi quasi biblici.

Si potrà quindi depositare il ricorso in Tribunale, per poi svolgere la mediazione nel lungo tempo che trascorrerà prima dell’udienza.

Se la mediazione riuscirà, il Tribunale non farà che prenderne atto. Esattamente come accade quando, nell’attesa dell’udienza, gli avvocati fanno i mediatori e trovano un accordo.

B. Equilibrio tra entrambe le figura genitoriali e tempi paritari

La legge 54/2006 che ha istituito in Italia l’affido condiviso, secondo la relazione del Senatore Pillon, “si è rivelata un fallimento“.

A dispetto di quanto avvenuto in altri paesi occidentali, infatti, in Italia l’affidamento condiviso è rimasto solo sulla carta.

Si è creato un affidamento condiviso formale, che ha continuato ad essere applicato esattamente come lo era prima l’affidamento esclusivo.

Solo il 3/4% dei minori figli di genitori separati, infatti, trascorre con il genitore non collocatario almeno il 30% del suo tempo e solo l’1/2% dei minori gode di un affidamento paritario.

Per esperienza professionale, aggiungo a tali dati che difficilmente i Tribunali concedono tempi paritari anche se il genitore non collocatario li può sostenere e li chiede e che spesso la contestazione del genitore collocatario nasconde motivi economici.

Se, infatti, i tempi sono paritari ed i redditi dei genitori anche potrebbe venir meno il diritto al mantenimento da parte del genitore collocatario.

E’ giunta pertanto l’ora di dare piena applicazione alla risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa, che consiglia agli Stati membri di adottare legislazioni che assicurino l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli” spiega la relazione introduttiva al DDL Pillon.

Il DDL Pillon prevede il diritto del minore di trascorrere tempi paritari con ciascun genitore

Il minore ha diritto di trascorre tempi paritari con ciascun genitore e, salvo che i genitori non si accordino diversamente, deve essere comunque garantita ai figli la permanenza di non meno di 12 giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvi casi di “violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore, inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore“.

Su questo punto la critica si è scatenata.

C’è chi ha parlato di bambini ridotti ad oggetti da passarsi tra i genitori, di bambini con la valigia, di genitori imprenditori che dovranno portarsi i figli in azienda e addirittura di una discriminazione per i poveri che hanno una casa inadeguata.

Francamente trovo che quest’ultima critica sia ridicola, considerato che nessun giudice sano di mente potrà mai interpretare che si possa parlare di  “inadeguatezza evidente degli spazi per la vita del minore” anche solo ove il genitore abbia a disposizione un monolocale a norma di legge (esistono infatti già delle norme in tal senso).

Certo è però che il genitore che vive in un’automobile forse non è bene che tenga con sé il minore per la metà del tempo.

Per quanto riguarda tutte le altre critiche, il DDL Pillon prevede che ” il giudice o le parti, quando le circostanze rendano difficile attuare una divisione paritaria dei tempi su base mensile, possono prevedere adeguati meccanismi di recupero durante i periodi di vacanza, onde garantire la sostanziale equivalenza dei tempi di frequentazione del minore con ciascuno dei genitori nel corso dell’anno“.

Se dunque uno dei genitori, per impegni di lavoro, per la distanza tra le abitazioni o per altri motivi (tra i quali anche esigenze del minore) non potrà tenere con sé i figli per almeno 12 giorni al mese, avrà la preferenza sull’altro nei periodi di vacanza o nelle festività.

Il DDL Pillon introduce il Piano genitoriale

Come previsto dalla risoluzione 2079/2015 del Consiglio d’Europa il DDL Pillon prevede che i genitori predispongano un Piano genitoriale in ordine ai seguenti aspetti della vita dei minori:

  1. luoghi abitualmente frequentati dai figli;
  2. scuola e percorso educativo del minore;
  3. eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative;
  4. frequentazioni parentali e amicali del minore;
  5. vacanze normalmente godute dal minore.

Sulla redazione di un piano genitoriale condiviso si concentreranno anche gli sforzi del mediatore familiare, ma, ove la mediazione non dovesse ottenere risultato positivo, entrambi i genitori saranno chiamati a redigere un proprio piano genitoriale da sottoporre al giudice.

In tal caso sarà il Tribunale a decidere quale parte dell’uno o dell’altro piano genitoriale adottare, ma il Giudice dovrà motivare la scelta e spiegare perché abbia privilegiato l’uno a discapito dell’altro.

Il DDL Pillon introduce il doppio domicilio per il minore

La stessa risoluzione 2079/2015 del Consiglio d’Europa consigliava la definizione di un suggeriva l’istituzione di un doppio domicilio o di una doppia residenza per il minore.

Il DDL Pillon opta per il doppio domicilio del minore presso l’abitazione di ciascuno dei  genitori ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute.

Ciò dovrebbe consentire di superare la criticità di decisioni assunte da uno solo dei due genitori perché l’altro, non ricevendo comunicazioni dalla pubblica amministrazione, rimane all’oscuro anche solo del fatto che vi sia una decisione da affrontare.

C. Mantenimento in forma diretta senza automatismi

Secondo la relazione al DDL Pillon il principio del mantenimento diretto, che doveva essere già attuato come conseguenza dell’affidamento condiviso, così come avviene in molti paesi, dovrebbe contribuire a dare al minore una percezione di maggior benessere economico.

Il mantenimento diretto è peraltro la naturale conseguenza del principio secondo il quale il minore deve trascorrere tempo paritario od equipollente con entrambi i genitori e consentirà ai genitori non collocatari di smettere di sentirsi genitori bancomat.

Il mantenimento diretto dei figli deve essere previsto nel piano genitoriale.

ove deve essere indicata la misura e la modalità della partecipazione di ciascun genitore, sia per le spese ordinarie che per quelle straordinarie, “attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito” e considerando i seguenti aspetti:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  3. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Se le parti non raggiungeranno un accordo, sarà il Giudice a dover decidere, privilegiando comunque il mantenimento diretto, attribuendo a ciascun genitore, sulla base del costo medio dei beni e servizi per i figli, specifici capitoli di spesa.

L’assegno di mantenimento diventa una misura residuale.

Il giudice, infatti, potrà stabilire un assegno di mantenimento solo ove strettamente necessario e solo per un periodo di tempo determinato e dovrà indicare le iniziative che devono essere intraprese dalle parti per arrivare al mantenimento diretto dei figli.

Ho letto che il mantenimento diretto è inattuabile, che toglierà opportunità ai figli e finirà per impoverire anche le madri.

Francamente trovo che, ove possibile, ogni genitore preferisca spendere direttamente per il proprio figlio, piuttosto che dare soldi all’altro genitore senza un effettivo parametro legato alla realtà.

A ciò si arriva dopo anni di assegni di mantenimento elargiti sulla base del solo reddito dei genitori, senza alcun riferimento alle spese effettivamente sostenute dalla famiglia quando era unita.

Ho visto mogli con proprietà a Cortina d’Ampezzo e in Costa Smeralda, acquistate per loro dal marito, giovarsi del gratuito patrocinio e lamentare il diritto a cospicui mantenimenti per sé e per i figli, ottenendo di fatto con l’assegno di mantenimento il medesimo effetto che avrebbero avuto se fossero state in comunione dei beni.

Ho visto madri vivere agiatamente con quello che avrebbe dovuto essere l’assegno di mantenimento per i propri figli e padri fare debiti per pagare il mantenimento, così come, al contrario, ho visto madri totalmente disinteressate ai propri figli, rinnegare il ruolo paterno solo per ottenere il mantenimento.

L’avvocato divorzista sa bene che nel diritto di famiglia spesso la parte debole è quella del sesso forte.

Il mantenimento diretto per capitoli di spesa comporta una rivoluzione culturale.

Al contrario, le intenzioni del legislatore sono più che apprezzabili e saranno certamente apprezzate anche dalle madri e dai padri che oggi sono i genitori collocatari, quando si renderanno conto che il mantenimento diretto richiede meno anticipazioni da parte di un genitore solo, responsabilizza enormemente l’altro genitore e lo costringe ad affrontare direttamente i capitoli di spesa di propria competenza, organizzandosi ove per affrontarli sia necessaria la presenza del figlio.

Si potrà quindi stabilire che la scuola privata o l’università la paghi direttamente ed integralmente il papà, mentre la mamma si occuperà di acquistare i vestiti, piuttosto che delle spese quotidiane, ove i tempi non fossero paritari, e così discorrendo.

Il DDL Pillon elimina l’assegnazione della casa familiare

L’assegnazione della casa familiare costituisce una significativa contribuzione di valore economico in favore dei figli.

A dispetto di quanto previsto già dalla L. 54/2006, tuttavia, raramente il sacrificio del genitore proprietario della casa che si trova a lasciarla all’altro genitore viene riconosciuto in modo adeguato dai Tribunali al momento della determinazione dell’assegno di mantenimento.

L’assegnazione della casa familiare, inoltre, è spesso motivo di conflitto genitoriale.

Peraltro, ove la casa sia cointestata ad entrambi i genitori, ovvero intestata al genitore che la lascerà, l’assegnazione comporta un danno grave al proprietario tenuta a lasciarla al godimento dell’altro genitore.

Per non parlare della drammatica situazione in cui viene a trovarsi il genitore che, dopo aver acquistato la casa per la famiglia stipulando un mutuo, si trova a doverla lasciare all’altro genitore, dovendo sostenere il mutuo e contestualmente un canone di locazione per un’abitazione per sé.

La novità del DDL Pillon è volta a riequilibrare gli aspetti economici che ora rischiano spesso di svantaggiare i genitori non collocatari.

E non sempre tali genitori sono i padri.

Definire quindi la novità “maschilista” serve  solo ad alimentare il conflitto “partitico” tra madri e padri.

Il DDL Pillon prevede quindi che il genitore che continuerà a vivere con i figli nella casa familiare, versi al proprietario dell’immobile un indennizzo pari al canone di locazione calcolato sulla base dei correnti prezzi di mercato.

In questo modo la casa resta un vantaggio per i figli ma non per un genitore a discapito dell’altro.

D. Contrasto dell’alienazione genitoriale

Il DDL Pillon si fa carico di porre rimedio ai casi, per la verità assai frequenti, in cui la condotta di un genitore sia causa di grave pregiudizio per i figli minorenni, impedendo loro di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore.

Il DDL sembra non voler entrare negli aspetti psicologici di quella che nasce come una “sindrome”, né tanto meno sembra interessato a colpire il colpevole (quando di uno solo si possa parlare) del distacco del figlio dall’altro genitore.

Il programma di recupero della bigenitorialità può infatti essere attivato, “nell’esclusivo interesse del minore, anche quando, pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori, il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno di essi”.

Non importa al legislatore indagare di chi sia la colpa se un figlio non vuole più relazionarsi con uno dei due genitore.

Quale che sia il motivo che lo ha indotto ad allontanarsi dal genitore, il bambino deve poter riallacciare un rapporto con lui.

Scelta saggia, quella del DDL Pillon, che sembra sottintendere una scelta di tutela dei diritti del minore alla relazione con tutti e due i genitori ed i relativi rami parentali.

Lo Stato non può tollerare che una situazione di fatto, spesso originata da una scelta di comodità di un bambino che si trova in mezzo ad una guerra tra genitori, diventi una situazione di diritto.

Le critiche sul punto sono senza quartiere.

Si scomodano argomenti come le violenze in famiglia e la violenza sulle donne.

Se la famiglia è sacra e senza sesso, la violenza in famiglia va estirpata a prescindere che ad attuarla sia un uomo o una donna.

Giusto allontanare i figli dai padri violenti ed altrettanto giusto allontanarli da madri che li violentano psicologicamente demonizzando il padre.

Dall’altra parte è altresì giusto impedire ad un figlio di eliminare un genitore dalla propria vita, quando l’unico motivo è quello di evitare di trovarsi in mezzo a continue discussioni o sentire un genitore parlar male dell’altro.

E questa situazione è molto più frequente di quanto non si creda.

In conclusione, il DDL Pillon è un progetto legislativo di pregevole fattura che, sia pure certamente ancora migliorabile, non merita le critiche, per lo più ideologiche e prevenute che ha dovuto subire, soprattutto dalla parte femminile della contesa.

Lo stesso Senatore Pillon, peraltro, ha proposto alla Commissione giustizia del Senato di “svolgere una serie di audizioni che coinvolgano esperti della materia, associazioni di genitori, associazioni professionali al fine di consentire con spirito partecipativo la definizione di un testo che affermi, senza pregiudizi ideologici, l’obiettivo del miglior interesse del minore.

Solo al termine del ciclo di audizioni, pertanto, potrà essere ridiscusso ed eventualmente varato il testo di legge.

Aspettiamo ed attendiamo gli sviluppi.

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affidamento condivisoL’ affidamento condiviso va garantito in concreto !

Questo è il nocciolo di una recente sentenza del Tribunale di Milano, chiamato a decidere  una controversia tra genitori separati con affidamento condiviso dei figli.

Spesso è difficile, per chi si appresta a separarsi, comprendere in cosa si traduca nella vita quotidiana l’affidamento condiviso, considerato che uno dei due genitori, il cosiddetto genitore collocatario, continuerà a vivere con i minori anche dopo la separazione, mentre l’altro genitore dovrà accontentarsi delle visite, concordate o decise dal Tribunale (a seconda che si tratti di separazione consensuale o giudiziale).

Esattamente come accadeva con l’affidamento esclusivo, prima della riforma.

In realtà, con l’affidamento condiviso entrambi i genitori mantengono intatto l’esercizio della propria responsabilità genitoriale anche dopo la separazione, tanto da poter prendere in autonomia le decisioni della quotidianità che riguardano i bambini ma da doversi confrontare per concordare le decisioni più rilevanti (la scelta della scuola, una cura particolare, il cambio di residenza, ecc…).

Lo scopo della riforma è garantire ai figli di genitori separati di continuare ad avere due genitori che siano tali a pieno titolo.

Proprio per questo motivo, il Tribunale di Milano ha chiaramente indicato la via da seguire nella gestione quotidiana dei figli, per garantire che l’affidamento sia effettivamente condiviso.

Le riforme che il diritto di famiglia ha vissuto nell’ultimo decennio, infatti, sono volte a garantire che i bambini mantengano con entrambi i genitori ed i relativi rami parentali, un rapporto significativo e continuativo, anche dopo la separazione dei genitori.

Ma come si attua in concreto l’affidamento condiviso?

In caso di disaccordo tra i genitori sulla gestione dei figli, il genitore non collocatario dovrà essere preferito al genitore collocatario.

Il Tribunale di Milano, cogliendo pienamente lo spirito della legge, nel dirimere un conflitto tra genitori, ha deciso di privilegiare il genitore non collocatario che chieda di poter trascorrere del tempo supplementare con i figli minori, proprio allo scopo di garantire ai figli la possibilità di godersi del tempo di qualità anche con il genitore con cui non condividono buona parte della propria quotidianità.

Il genitore collocatario, infatti, ha il vantaggio di poter vivere i momenti più disparati della quotidianità con i propri figli, dalla colazione al momento del sonno, dal tempo libero alla gestione delle attività sportive, dai compiti scolastici ai giochi con gli amici.

Il genitore non collocatario, al contrario, ha la possibilità di stare con loro solo in momenti organizzati e prestabiliti con gli incontri programmati.

La decisione del Tribunale di Milano, quindi, risponde all’esigenza di consentire una maggiore pienezza dell’affidamento condiviso, nell’ottica di garantire ai figli il diritto di mantenere un rapporto significativo con entrambi i genitori.

E’ tuttavia evidente, d’altro canto, che il Tribunale non potrà essere chiamato a decidere su ogni piccola questione relativa ai rapporti quotidiani tra i genitori ed i figli e sarà sempre più importante, quindi, che i genitori acquisiscano la capacità di superare i propri contrasti nell’interesse esclusivo dei figli.

In quest’ottica sarà importante, soprattutto per il genitore non collocatario, da un lato, mettere in chiaro i propri diritti, con l’aiuto di un avvocato divorzista esperto in diritto di famiglia e, dall’altro, tentare di mantenere, per quanto possibile, un rapporto di collaborazione con l’altro genitore, senza tuttavia rinunciare mai ai propri diritti e doveri genitoriali.

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affidamento condivisoL’affidamento condiviso nasce dal principio della bigenitorialità, secondo il quale ogni bambino ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori anche se questi siano separati, divorziati o abbiano comunque interrotto la loro convivenza.

In quest’ottica, l’affidamento condiviso garantisce al minore di poter continuare ad avere un rapporto significativo con entrambi i genitori, anche dopo la loro separazione ed impone ai genitori di condividere le scelte più importanti relative alla cura, alla salute ed all’educazione dei propri figli.

L’affidamento condiviso, dalla riforma del diritto di famiglia del 2006, è il regime di affidamento prioritario e prevalente.

Entrambi i genitori, dunque, ormai, anche dopo la separazione o il divorzio, mantengono pari responsabilità genitoriali, pari diritti e pari doveri.

Solo se il Giudice dovesse ritenere l’affidamento condiviso contrario all’interesse del minore, potrà decidere di dare l’affidamento esclusivo ad uno solo dei due genitori, escludendo, in tal modo, l’altro genitore dalle scelte più importanti per la vita del bambino.

L’affidamento condiviso non comporta, tuttavia, che i figli vivano metà del tempo con un genitore e metà con l’altro.

La riforma del diritto di famiglia ha infatti introdotto il concetto di genitore collocatario, per distinguere il genitore che vive prevalentemente con i figli dall’altro genitore.

Sebbene si sia ormai portati, nei limiti del possibile a dare sempre maggior spazio al genitore non collocatario, è pur vero che difficilmente i figli possono trascorrere esattamente metà della settimana con un genitore e metà con l’altro.

Ragion per cui la maggior parte dei Tribunali si sono orientati nel continuare a prevedere, a carico del genitore non collocatario, il contributo al mantenimento dei figli.

Nei procedimenti che riguardano l’affidamento dei figli, dunque, il Giudice, nell’esclusivo interesse dei figli minori deciderà per l’affidamento condiviso ovvero, solo se contrario all’interesse del minore, per l’affidamento esclusivo.

Il Giudice dovrà altresì decidere quale dei due genitori debba essere il genitore collocatario, e regolare i rapporti del genitore non collocatario con i bambini in modo da tutelare il loro diritto alla bigenitorialità.

La complessità delle vicende famigliari e la necessità di avvalersi di un’adeguata consulenza per conoscere le peculiarità del proprio caso, suggeriscono comunque sempre di affidarsi ad un avvocato divorzista esperto in diritto di famiglia ed in affidamento dei minori.

Avv. Elena Angela Sestini

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